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​Messa del Papa per il corpo della Gendarmeria

«Volevo soltanto dirvi grazie. Grazie tante». Con queste parole il Papa ha concluso la messa celebrata nei giardini vaticani per i membri del corpo della Gendarmeria e i loro familiari. La semplicità del saluto finale esprime la gratitudine del Pontefice per un servizio reso ogni giorno con fedeltà e spirito di sacrificio. Una riconoscenza che va al di là delle parole, come hanno dimostrato la cordialità e la vicinanza di Francesco, che ha voluto presiedere l’eucaristia in occasione della festa del patrono san Michele arcangelo, nella ricorrenza dell’anniversario di fondazione del corpo.

Il primo momento di festa si era svolto nel tardo pomeriggio del 23 settembre, nel Giardino quadrato nei Musei vaticani. Sul palco allestito per l’occasione, accanto al comandante Giani, erano i cardinali Sodano, decano del Collegio, Parolin, segretario di Stato, e Bertello, presidente del Governatorato; gli arcivescovi Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, e Gänswein, prefetto della Casa pontificia, e il vescovo Vérgez Alzaga, segretario generale del Governatorato. Con loro anche il cappellano del corpo, il salesiano Sergio Pellini, e l’agostiniano Gioele Schiavella, novantatreenne, che in passato ha ricoperto lo stesso incarico. Tra i presenti, i monsignori Borgia, assessore della Segreteria di Stato, e Camilleri, sotto-segretario per i rapporti con gli Stati.

Il cardinale Bertello ha fatto gli onori di casa rivolgendo un saluto ai numerosi ospiti intervenuti alla cerimonia. Quindi il sostituto ha espresso l’apprezzamento della segreteria di Stato per il lavoro svolto dalla gendarmeria, con il ringraziamento del segretario di Stato e suo personale. Poi ha letto il messaggio con il quale il Papa ha voluto testimoniare la propria partecipazione alla ricorrenza.

Ha infine preso la parola il comandante Giani, per sottolineare come stia evolvendo il concetto di servizio all’interno del corpo della Gendarmeria. Lo spirito nuovo, ha detto tra l’altro, è dettato dal desiderio di «fare il primo passo» verso una nuova era di pace, così come suggerito daFrancesco nel recente viaggio in Colombia, anche se restano in primo piano l’attenzione e la vigilanza per la sicurezza non solo del Pontefice e della Città del Vaticano ma anche dei tanti che, per motivi diversi, vi si recano ogni giorno.

Del resto, lo spirito di vicinanza e di solidarietà del corpo verso la gente, soprattutto quella più bisognosa e sofferente, è testimoniato dalle tante opere di solidarietà alle quali la Gendarmeria contribuisce: tra le altre, la costruzione del reparto pediatrico nell’ospedale di Bangui, nella Repubblica Centrafricana; la ricostruzione dell’oratorio della parrocchia Madonna delle Grazie di Norcia, distrutta dal terremoto, insieme a una serie di altri interventi a favore delle popolazioni dell’Italia centrale colpite dal sisma; il progetto di un ospedale sulla piana di Ninive in Siria; la costruzione di un pozzo per la comunità parrocchiale di Mangesh, nel Kurdistan iracheno, a nord di Mosul. E proprio per sottolineare l’importanza di quest’ultima iniziativa, al termine della messa di domenica il Papa ha benedetto una brocca d’acqua, simbolo di quella che sarà destinata a dissetare la popolazione del martoriato territorio mediorientale.

All’altare, tra i concelebranti, vi era anche il salesiano indiano che ha sperimentato in prima persona le conseguenza di una guerra dimenticata che si combatte nello Yemen: don Tom Uzhunnalil, rapito il 4 marzo 2016 e liberato solo pochi giorni fa dopo diciotto mesi di prigionia. Al Papa, che ha già incontrato il 13 settembre a Santa Marta, il religioso ha ripetuto quanto lo abbia sorretto la sua fede salda. «Vorrei dire a questi giovani — ha confidato all’Osservatore Romano — quanto sia importante la serenità anche di fronte a chi vuole farci del male. Non ho mai mostrato né paura, né rabbia, né spirito di rivalsa, ma solo amore. Ho condiviso con i miei carcerieri le loro stesse sofferenze, ho mostrato di capire le loro motivazioni anche se non potevo condividerle e loro hanno capito me, la mia anima rivolta a Dio. E hanno avuto rispetto per me. Non mi hanno fatto del male».

L’omelia del Papa 

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