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Meraviglioso atlante

· L’Italia in festa nel racconto fotografico di Gianni Berengo Gardin ·

Quanti significati e simboli si celano dietro a una festa o a una sagra di paese? Quanta storia e quanta tradizione sono sottese in gesti e riti che si ripetono sempre uguali, o quasi, da anni e a volte persino da secoli? È ciò che tenta di svelare Gianni Berengo Gardin attraverso le sessanta immagini che compongono la mostra In festa. Viaggio nella cultura popolare italiana allestita nel Palazzo comunale di Pistoia per l’iniziativa Dialoghi sull’uomo sul tema «La cultura ci rende umani. Movimenti, diversità e scambi» nell’ambito del festival di antropologia del contemporaneo. Nell’incisivo bianco e nero del fotografo, attento osservatore e testimone della cultura popolare e della società, nonché dei suoi mutamenti nel corso degli anni, si compone infatti un singolare itinerario, da nord a sud, per narrare quell’invisibile legame che unisce religiosità, folclore e superstizione e dal quale scaturiscono la miriade di feste e sagre che hanno animato e ancora animano piccoli borghi e grandi città. 

Quartu Sant’Elena (Cagliari), costume tradizionale 1968)

In questo senso il lavoro di Berengo Gardin oltre che iconografico diventa antropologico, restituendoci uno spaccato della cultura popolare italiana. «Un piccolo e meraviglioso atlante — come lo definisce la curatrice della mostra, Giulia Cogoli, nella premessa al catalogo della mostra (Roma, Contrasto, 2017, pagine 119, euro 24,90) — che racconta di costumi e tradizioni antiche e meticce di tutte le regioni, con uno sguardo dal taglio etnografico, ma allo stesso tempo di intenerita curiosità».
Ecco allora le processioni in onore dei santi patroni, le relative sagre con tanto di luminarie, bancarelle, giocolieri, madonnari, giostre e spettacoli pirotecnici conclusivi, ma anche sfilate in costume animate da antiche confraternite, palli con cavalli o carri, concerti in piazza, danze in strada o in sala. Tutto viene colto nell’attimo essenziale, che si tratti di una scena collettiva o di un ritratto. E allora anche l’atteggiamento all’apparenza più banale si riempie di significato, assumendo un valore che trascende il momento per diventare memoria di un popolo.
Alle immagini che raccontano sentimenti religiosi e intimi — come la foto della carezza di una donna sul volto statuario di un Cristo dolente sotto il peso della croce — si alternano scatti che danno conto della dimensione popolare della festa, come l’immagine del suonatore di fisarmonica che scatena un improvvisato balletto in strada. O come la foto che mostra lo stupore nello sguardo di due ragazzini rapiti dalle giostre di un luna park.
Realizzate tra il 1957 e il 2009, molte delle quali inedite, queste foto — che richiamano alla memoria quelle di Ferdinando Scianna dedicate alle feste religiose in Sicilia — ci catapultano dunque in un affascinante mondo popolato di circensi, danzatori e musici di ogni età, anziane in abiti tradizionali, bambini in costume; in atmosfere antiche e talora rarefatte in cui si colgono echi del passato, quel qualcosa di primitivo che combatte faticosamente per non scomparire nel confronto con una modernità che sembra guardare solo al presente. E in realtà alcune immagini hanno già il sapore della nostalgia.

Per questo la mostra di Pistoia, aperta fino al 2 luglio, è un’occasione davvero speciale per incontrare un mondo che per alcuni aspetti è già scomparso. Ma soprattutto per riscoprire il senso vero della festa. Che poi è un significato universale, che trascende culture e confini, mescolando sacro e profano in un contesto prettamente ludico. E ci dice che in fondo il gioco è un aspetto essenziale dell’esistenza umana e che giocare con gli altri, stare insieme, è un’esperienza decisamente più interessante. Perché non c’è festa senza una comunità disposta a condividerla.

di Gaetano Vallini

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16 luglio 2019

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