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Meravigliosamente inospitale

· Il successo di «Game of Thrones» ·

Dal 2011 a oggi è stato un continuo propagarsi: la quinta serie, vista contemporaneamente in 170 Paesi del mondo, ha consacrato Game of Thrones come fenomeno internazionale di costume. Da dove nasce la sua forza? Dove risiede la sua capacità di adeguarsi a latitudini, culture e fasce di pubblico diverse? Alla base c’è il best seller Cronache del ghiaccio e del fuoco dell’americano George R.R. Martin, trasposto in immagini senza alcun ammorbidente: gli aspetti più crudi non si accontentano del fuoricampo, e sulle vicende dei personaggi, come sui panorami mozzafiato in cui si muovono, sgorgano sangue e violenza.

Lo spettatore è immerso in una trama fittissima continuamente minata da colpi di scena, e ben incollato alla poltrona può scegliere da una lunga lista il personaggio con cui identificarsi: ve ne sono di intelligenti, di coraggiosi, di ambiziosi, di giusti, di violenti e soprattutto di assetati di potere. La qualità visiva, pienamente in linea con la caduta delle frontiere tra film e serie televisive, è quella del grande cinema, con le nuove tecnologie ben liete di sfoggiare le loro ultime conquiste e i loro straordinari prodigi, esaltate dal campo di gioco di Game of Thrones: quel fantasy in cui l’immaginazione ha campo libero e diventa piacere per la vista. Cavalcando abilmente sia l’effetto Tolkien — genio capace di rivitalizzare e nobilitare il fantasy riempiendolo di preziosi contenuti — sia le immense potenzialità di questo tòpos narrativo antichissimo e da sempre fedele accompagnatore dell’uomo, Game of Thrones sfrutta al massimo l’elasticità dei confini del genere fantasy premendo con forza sulla sua capacità di accogliere il meraviglioso, il surreale e il favolistico, ma anche l’horror, il mitologico e l’epico, proponendosi di raccontare, attraverso il fantastico e l’astratto temporale, qualcosa di vero.

Del resto, il cinema stesso ha cavalcato la bellezza della fantasia dai suoi primi vagiti, da quando George Méliès non scelse la strada del realismo ma un’altra, per certi versi svelando l’essenza del cinema stesso. Game of Thrones è fantasy realistico: le sue lande meravigliosamente inospitali sono abitate da congiure e scontri morali, da alleanze e battaglie, prima che da draghi e creature fantastiche; il sovrannaturale è spalmato tra intrighi di corte e tradimenti, in una lunga evocazione e fusione di arte e storia: la serie, tra le più “piratate” di sempre, raccoglie elementi dal patrimonio letterario e cinematografico mescolando l’epica e la tragedia alla mitologia nordica e mediterranea, inserendo nelle affascinanti e misteriose ambientazioni medioevaleggianti creature e intrecci dal sapore omerico e shakespeariano.

Se sulla sua terra le stagioni hanno un tempo diverso dal nostro ed è impossibile riconoscere precise vicende del passato o contesti geografici realmente esistenti, si avvertono assonanze coi capitoli precedenti e persino contemporanei della storia umana. I dettagli di Game of Thrones sanno farsi segni che rimandano ad altro, a qualcosa che ci è appartenuto e ci appartiene. I generi, in fondo, non sono altro che contenitori da riempire e nel cuore di Game of Thrones sta l’ulteriore perché del suo successo: nell’astrazione esplode la potenza dei sentimenti, emergono la forza e soprattutto la debolezza dell’essere umano, il bene o il male verso cui può tendere, quella parte di lui che non cambia nel tempo, la sua anima e la facilità con cui può questa cadere nella tentazione del potere, causa prima dello stato di malattia in cui versano i rapporti tra le persone. 

di Edoardo Zaccagnini

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20 novembre 2018

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