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Mentre guardavamo
il mare

· Nell’ultimo romanzo di Valeria Parrella ·

La scelta di Elisabetta, insegnante di matematica nel carcere minorile di Nisida

Si può provare a essere persone migliori. Non si sa come finirà, ma provarci si può. Lo dimostra — con la grazia, la forza e la sincerità che abbiamo imparato a conoscere — Valeria Parrella in Almarina (Torino, Einaudi 2019, pagine 125, euro 17).

 Immagine dalla copertina del libro

Il romanzo è il racconto di Elisabetta Maiorano, nata a Napoli e a Napoli tornata dopo anni di supplenze in giro per l’Italia, per insegnare matematica nel carcere minorile di Nisida. Ogni mattina la sbarra si alza e la donna, cinquantenne da poco vedova, inizia il suo “quotidiano” in un tempo sospeso, ma vivissimo.

Elisabetta ci descrive la postura della cattività («Sfidante, annoiata, superba, sottomessa, ferma, in fuga») e ci racconta la propria storia; riflette «sulle quasi madri» (cioè sul ruolo delle insegnanti donne in un carcere di adolescenti), sulla fiducia, sui dolori («vederli andare via è la cosa più difficile [...] e torneranno da dove sono venuti, e dove sono venuti è il motivo per cui stanno qui. Oppure [...] andranno in altre carceri che non sono questo») e ci racconta come è diventata la donna che è. Finché, a spezzare il quotidiano, arriva un incontro. Una nuova alunna.

Un giorno Elisabetta la trova su una panchina, rannicchiata, con le ginocchia strette al petto. «Voi che giudicate siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d’amore improvviso vi mettono in sospetto. Le amicizie sembrano maliziose, l’amore per i discepoli riverbera di paternalismo e l’ammirazione profonda per gli anziani pare sia coperta da chissà quale mancanza nascosta nel passato. (...) Io mi sono legata ad Almarina così, mentre guardavamo il mare».

Sedicenne, romena, violentata dal padre, condotta dalla nonna ad abortire da una mammana, Almarina fugge portando con sé il fratello di 6 anni e arriva in Italia. A Fano li trovano e li separano: lui in casa famiglia, lei in comunità.

Elisabetta e Almarina si osservano. Si studiano, si riconoscono, si compensano. Si aiutano. Elisabetta prende la sua decisione e così, dopo tre anni di solitudine dalla morte del marito, finalmente si scopre sola e non più abbandonata. Con la caparbietà delle grandi decisioni, ci vuole provare. «Perché con Almarina di più?», le chiede il direttore del carcere. «Perché mi sembra che possa farcela». Che possa farcela la ragazza, ma pure la stessa Elisabetta.

Che poi, in realtà, è questa la vera forza di ogni relazione, biologica, sentimentale, di amicizia, plausibile o implausibile che sia: è vero che c’è sempre qualcuno che fa il primo passo, ma poi lo scambio dovrà essere reciproco. Altrimenti non sarà relazione, ma sopraffazione, plagio, abuso, sfruttamento... Per questo dispiace un po’ il passaggio contro il volontariato, descritto nel romanzo come «il paradiso conquistato a turni di quattro ore settimanali. La sofferenza a tempo, quella punta di sollievo rimettendo le chiavi nella porta di casa». Perché questa è carità pelosa. Il volontariato invece (termine brutto, riduttivo, questo sì!) sottintende la gratuità: magari inizi perché ti vuoi sentire bravo; ma se resti, è perché ne vieni arricchito.

Come arricchito, del resto, è il lettore grazie ad Almarina. Merito della storia; merito della prosa, capace di essere asciutta pur con i suoi mille rivoli (leggi e rileggi ogni frase per cercare di intuirne tutte le possibili sfumature); merito di Elisabetta, e dei suoi passi incerti esplosi nella gioia di una scelta, semplice e complessa insieme.

«Mi ha portato a vedere le piante medicinali del monastero, e io lì ho capito che c’era ancora tutto il futuro da fare. Non dico il mio, e nemmeno il nostro: dico il suo. Dico che ho visto la donna che sarebbe diventata perché era già tutta lì dentro, si stava preparando, stava tornando a nascere. Esterna a me, lontana dal suo passato, oltre la malattia dell’umanità che l’ha ferita, Almarina cammina su e giù per la metro fino all’università (...) tra compagne e compagni che di quello che c’era prima possono non sapere nulla. (...) da dentro il corpo di Almarina in vincoli è uscita Almarina libera».

di Giulia Galeotti

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18 novembre 2019

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