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Mendicante di bellezza

· A colloquio con Mario Castelnuovo che a quattordici anni entrò nella guardia palatina ·

Una canzone per raccontare l’uragano spirituale di santa Caterina, un libro per dare voce e vita ai piccoli paesi che stanno morendo e uno spettacolo di musica e teatro «per innescare incendi di passioni in una stagione decaffeinata». Mario Castelnuovo — “mendicante di bellezza” ancor più che “cantautore” farebbe stampare nel biglietto da visita che non ha — sembra quasi un Don Chisciotte tra i vicoli della sua Trastevere. E non è un caso se le avventure dell’eroe di Miguel de Cervantes sono tra le sue letture preferite: balzato in cima alle hit parade discografiche tra il 1981 e il 1985 — con Oceania, Sette fili di canapa e Nina — Castelnuovo ha scelto di smarcarsi per intraprendere «una strada personale, lastricata di curiosità e ricerca». Un’avventura artistica iniziata tra il cortile del Triangolo e il cortile di San Damaso, con indosso la divisa della guardia palatina.
Un gruppo di ragazzi alla cerimonia del centenario (1950)«Entrando a quattordici anni nella prestigiosa guardia palatina d’onore, seppure nel gruppo dei ragazzi per ragioni anagrafiche, ho avuto l’opportunità di cominciare a cercare qualche risposta alle mie infinite curiosità storiche e artistiche. Arrivando in Vaticano con la mia vespa ero circondato da tutta quella bellezza che, altrimenti, non avrei mai potuto conoscere dal di dentro. Conservo, oltre al berretto con il piccolo pennacchio, un ricordo molto tenero di quell’esperienza, soprattutto dell’ultimo giorno di servizio, all’indomani dello scioglimento del corpo disposto nel 1970 da Paolo vi. E ho anche la memoria di splendide amicizie, a conferma del carattere popolare della guardia palatina».
Nella canzone dedicata a santa Caterina c’è anche quella spiritualità popolare respirata da ragazzo?
Qualcuno sostiene che tutte le mie canzoni sono spirituali e io sono persino d’accordo. Da romano con l’accento senese non potevo non restare affascinato da Caterina, le cui memorie del resto sono proprio nella sua Siena e qui a Roma. Da sempre sono innamorato di questa donna e della sua “pazzia” spirituale talmente elevata da travalicare anche l’aspetto religioso per abbracciare tutte le persone che, in ogni epoca, vogliono andare all’essenza e non fermarsi alla superficie. Per ora, però, la canzone sta nel mio cassetto e non farà parte del disco a cui sto lavorando. La ragione è tecnica: ha un’estensione melodica non compatibile con la mia voce. Mi si potrebbe domandare il motivo per cui l’ho scritta proprio in questi termini e la mia risposta è, semplicemente, che non è stata una mia scelta: è così che mi è venuta addosso. Confido che un giorno qualcuno con una voce più tenorile della mia potrà finalmente cantarla.
È in uscita «La mappa del buio», il secondo libro di narrativa dopo «Il badante di Che Guevara»: quasi una «Spoon river» dell’Italia dimenticata.
Ho scritto una storia molto intima, anche se le vicende private sono le più universali. Racconto la fascinazione che da sempre mi provocano i piccoli paesi abbandonati. C’è un pezzo bellissimo d’Italia che sta inesorabilmente scomparendo: il paese di mia madre, Celle sul Rigo, in Toscana, in questi giorni di gennaio conterà sì e no cento abitanti. Sono convinto che questi luoghi, di una bellezza indescrivibile, non appartengano solo al passato. Ogni volta che ritorno a casa dopo essere stato in un paese abbandonato mi sento arricchito: scoprire quei posti significa non solo scavare dentro memorie antiche ma, e non è retorica, anche scavare dentro se stessi. Quei legni, quei muri sono così carichi di storia che possono ancora insegnare tanto, anche nel loro silenzio. E noi abbiamo bisogno di silenzio, facciamo un rumore micidiale a tutti i livelli.
Un cantautore che suggerisce di riscoprire il silenzio si dà, letteralmente, la zappa sui piedi.
Non sono mai stato dentro il business discografico e non ho mai acquisito i requisiti che danno funzionalità sul mercato. Ho conosciuto la parola bellissima e pericolosissima che si chiama successo ma ho preferito fare scelte in autonomia. Pagando di persona, s’intende. Per questo, ritornando all’essenza del libro, sarebbe bello riuscire a fare un giro poetico e musicale proprio all’interno delle bellissime chiese che sono sempre state il cuore dei paesi che stanno scomparendo. E non tanto per farli rivivere una volta e basta, in un’occasione speciale. Ma, perché no, per tentare il loro ripristino: in un tempo in cui si parla solo di moderno, rilanciare memorie e bellezze antiche vuol dire anche parlare del nostro presente e forse anche del nostro futuro.
Per scoprire la novità di questo fascino antico non c’è neppure bisogno di intraprendere chissà quali viaggi: anche a Roma ci s’imbatte in lampi di bellezza più o meno nascosta.
Basterebbe guardarsi attorno. Sarà forse per la mia anima da guardia palatina e per la mia curiosità che, proprio in questi giorni, mi sono furtivamente infilato in un condominio di via dei Giubbonari per verificare e respirare una storia che avevo letto. Trovando il riscontro.

di Giampaolo Mattei

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16 settembre 2019

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