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Memento
gulag

· I martiri cattolici in Albania ·

È ha appena uscito il libro L’arca della morte. 10.000 giorni nelle prigioni comuniste (Firenze, Mauro Pagliai, 2018, pagine 178, euro 12) di Pjetër Arbnori. Pubblichiamo alcuni stralci dal volume e quasi per intero la prefazione di Dario Fertilio, che del libro di Arbnori è il curatore.

«Così, avevano paura che lei morisse». «No, non era questo. Obbedivano soltanto agli ordini». «E quali erano gli ordini?». «Di farmi restare vivo per tutto il tempo necessario». «Come una minaccia». «Sì, minacciavano di farmi restare vivo».
«Dicevano fino a quando?». «No, ma un giorno sono entrati e mi hanno messo l’elmetto. Non apparteneva al nostro esercito, però. Rimasi sorpreso perché a prima vista somigliava a un secchio di ferro tutto deformato, chissà come era finito là dentro, nel carcere di Burrel. Strano, no? Era un relitto austroungarico della prima guerra mondiale arrivato per qualche bizzarria nel nostro mondo di dannati... poi una guardia mi ha afferrato per le spalle, un’altra me l’ha cacciato in testa, c’era un lucchetto sotto alla gola, così non potevo più toglierlo».

Ritratti dei martiri del regime comunista per le vie di Tirana  in occasione della visita di Papa Francesco (settembre 2014)

«Ma perché un elmetto in cella d'isolamento?». «Volevano essere sicuri che, anche sbattendo la testa contro il muro, sarei rimasto vivo. Suicidarsi con l’elmetto è impossibile, persino se le pareti sono fatte di pietra dura».
Pjetër Arbnori ha trascorso in tutto 10.320 giorni nelle prigioni comuniste in Albania, in celle di pietra dura. Il che fa approssimativamente ventotto anni e qualche mese. Una buona metà con l’elmetto. In ogni caso non ha mai pensato di suicidarsi o, se qualche volta gli è venuto in mente, preferisce non parlarne. Ma giurerei che, dentro di sé, deve aver preso formalmente l’impegno di rimanere vivo.
E lo è anche adesso, quattordici anni dopo essere stato liberato, lucido e ben saldo nella realtà: gli hanno aperto la porta della cella nell’agosto dell’anno fatale 1989, poco prima che cadesse il muro di Berlino. Sì, la sua mente è ancora qui fra noi, si capisce dal suo sguardo. Non è un cadavere ambulante, un essere interiormente defunto, svuotato della sua sostanza psichica e morale, come tante vittime della Morte Rossa.
È proprio vivo, invece, indiscutibilmente vivo. Il che dimostra come persino sua maestà il Male non sia il padrone incontrastato di questo mondo; alla fine qualcosa che si nasconde negli animi degli uomini gli sfugge sempre.
È anche vero che alcuni rari esemplari di persone nascono già così, refrattari alla malattia. Esseri che possiedono fin dal principio un antidoto, un io indomabile e ingombrante, probabilmente, smisurato ed eccessivo come quello di Pjetër Arbnori. Altrimenti non ci si salva. O forse è indispensabile possedere la sua fede.
Che aspetto ha, adesso, Arbnori? È un uomo piccolo, sulla settantina, dallo sguardo mite. Allora pregava in cella, anche quando il pavimento si copriva di ghiaccio, perché un’altra tortura cui lo sottoponevano i guardiani consisteva nel lasciare il foro d’apertura della sua cella perennemente spalancato, anche con la neve.
E persino quando lo distendevano in una specie di bara, immerso in una luce elettrica violenta, sempre accesa, che gli feriva gli occhi e, con il passare dei giorni, lo gettava in una specie di follia, Pjetër riusciva a rivolgersi interiormente a sua madre, alla Madonna o magari a entrambe.
Un esemplare di roccioso guerriero squipetaro, ecco cos’era, abbondantemente al di là della soglia segnata dall’istinto di conservazione, già ben addentro a quella landa misteriosa segnata dai gesti di eroismo o dalle pulsioni di morte. L’inquilino abituale di un luogo buio, al centro di un’Albania già tutta immersa nelle tenebre.
Là dentro, dunque, Arbnori ha avuto modo di acclimatarsi. E riflettere. Dopo essere stato condannato a morte dal regime di Enver Hoxha (un processo durato due anni) ha aspettato per tre mesi l’arrivo di un boia in testa al plotone d’esecuzione o più sbrigativamente armato di una benda e di un laccio da stringergli al collo. Alla fine gli hanno commutato la pena a venticinque anni, prolungata di altri dieci per aver tentato di diffondere scritti sovversivi e indirizzato i prigionieri ad attività controrivoluzionarie.

Una detenzione così lunga da superare la prevedibile durata del regime comunista; perché anche uno stupido l’avrebbe capito che, prima o poi, la macchina del terrore si sarebbe inceppata. Troppo sangue da smaltire, troppe ossa.

di Dario Fertilio

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