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Meglio l'amen che i like

· ​A proposito del messaggio del Papa per la giornata delle comunicazioni sociali ·

Queste parole che si sono composte al di là dello schermo sono parole reali, questi pixel minutissimi come piccole tessere di un mosaico in bianco e nero, anche nel loro abito artificiale hanno dentro la responsabilità concreta di un atto reale, un atto che impatta la vita e scavalcando incuranti lo schermo coinvolgono un lettore, un tu, un altro. Per quello che valgono riguardano quindi una comunità di persone: digitali, sì, ma solo un po’, perché mentre leggono respirano, mentre interagiscono digitano con le dita del loro corpo, mentre pensano a quello che c’è scritto magari scuotono il capo. 

Auguste Rodin «Le tre ombre» (1897)

Perché il lettore digitale è persona e la community non può esistere se prima non c’è una comunità. Ecco perché il Papa nel recente messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali è partito proprio da qui, ricordandoci un dato di realtà talmente naturale che quasi non ce ne accorgiamo più. E forse molti dei nostri problemi nascono proprio da qui.
Parlando al vivente di cose viventi, anche senza sminuire le straordinarie potenzialità del web, il Papa non si lascia inebriare dall’ubriacatura digitale e ragionando sulla necessità di questo passaggio dalla community alla comunità ricorre a una terminologia che nulla concede al lessico quasi sacrale dei fondamentalisti del web ma osa tornare a termini che grondano assieme realtà e sostanza teologica, stillando qua e là del salutare nettare filosofico.
Se per tutti è pacifico parlare di identità digitali lui ci ricorda che prima c’è l’identità di un corpo con le sue membra; alla suggestione narcisistica dei like ci invita a preferire piuttosto l’amen di una comunione reale tra le persone, perché i legami sono più decisivi dei link e dei like soprattutto per formare organicamente quell’identità che troppo spesso sul web «viene costruita per contrapposizione» a scapito della verità.
Ognuno allora, scrive il Pontefice, «dica la verità al suo prossimo» perché non siamo ologrammi digitali ma «membra gli uni degli altri». Proprio perché il nostro «essere un corpo» non è un’astrazione allegorica ma una realtà, «l’obbligo di custodire la verità nasce dall’esigenza di non smentire la reciproca relazione di comunione. La verità infatti si rivela nella comunione».
Ecco: il concetto di comunione come luogo condiviso di disvelamento della verità contiene i due elementi fondamentali di questa riflessione di Bergoglio: la priorità di questo legame «tra membra», un legame quindi fisico e sperimentabile in una realtà provvista di un significato, e l’impossibilità di trovare la verità seguendo l’astrazione o il narcisismo del proprio io.
La metafora delle membra per simboleggiare la relazione tra gli appartenenti a una comunità è antichissima nella tradizione cattolica: San Paolo nella prima lettera ai Corinzi fa parlare metaforicamente tra di loro le membra del corpo e corona la metafora attribuendo loro sentimenti umani. Dio, spiega l’apostolo, ha fatto in modo che «nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui». (I Corinzi, 12: 24-26)
Membra e corpo come persona e comunità, certo, ma la metafora non è solo una proporzione e quando fa bene il suo mestiere scardina la razionalità e ci sospinge oltre. Tutto il testo paolino infatti non è semplicemente un insieme razionalmente intelligibile di parole ma segno palpitante di una realtà che vive davvero, perché realmente soffre se oltraggiata e gioisce se onorata: un mondo dove le membra parlano non è una materia inerte ma è un mondo dove anche Dio continua a parlarci attraverso le cose, attraverso la natura, attraverso il nostro reciproco scambio di vita. Il mondo è vivo, il mondo è corpo, e un corpo è la comunità, che solo pensandosi come tale può diventare quel «popolo fedele di Dio» portatore di una saggezza più intima e grande di qualsiasi elaborazione sociologica, di qualsiasi interpretazione mediatica.
Se io rifiuto di riconoscere la mia appartenenza al corpo, spiega ancora il Papa, non solo rifiuto di «donarmi agli altri ma perdo l’unica via per ritrovare me stesso». In una comunità invece l’Io vive perché esiste un Tu cui rivolgersi, perché l’uomo è un essere per natura dialogico e ha bisogno di fare esperienza dell’altro in qualsiasi mondo si trovi, in quello polveroso della vita quotidiana come in quello solo apparentemente asettico dello schermo. E lì più che da queste parti è forte il rischio di fermarsi a un’eco narcisistica, chiusi dentro bolle dove ognuno cerca quello che già crede di sapere e poco a poco diventa, dice ancora Francesco, un «eremita sociale» estraniato dal mondo.
Ma l’eco basta solo a sé stessa, non certo all’uomo. Nella poesia l’Uomo e l’eco le parole di William Butler Yeats riproducono questo gioco sterile di autorispecchiamento che non può generare risposte alle domande più urgenti sul senso, sul destino, l’eternità. Questo incantesimo maligno, però, si rompe quando il poeta improvvisamente rientra in sé per le grida di un coniglio afferrato da un falco che piomba dalla sommità del cielo. «Taci» dice il poeta all’eco perché «le sue grida mi turbano il pensiero». L’irruzione del dolore che genera pietà verso il vivente, la tenerezza verso chi condivide la fragilità della nostra stessa esistenza cancella il narcisismo, sposta bruscamente il nostro sguardo dallo specchio al mondo, e nella suggestività dell’immagine poetica ci insegna che è questo l’unico antidoto all’egoismo, all’intolleranza cieca, alla violenza autoalimentata che sa solo ripetere slogan di rifiuto dell’altro. La tenerezza verso il dolore invece ci rende umani. La stessa tenerezza del poeta verso una creaturina è la stessa in fondo che il Papa chiede a noi comunicatori in conclusione del suo messaggio quando ci ricorda che il più efficace dei gesti umani è la carezza.

di Saverio Simonelli

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22 ottobre 2019

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