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Media
in dissolvenza

Siamo convinti che i “media” esistano ancora? O quantomeno che possano avere una qualche rilevanza in un contesto nel quale l’esperienza informativa è di fatto connaturata alla nostra esistenza quotidiana, in una sorta di giornalismo iperpersonale e costantemente condiviso, in cui tutto l’esistente diventa potenzialmente “notiziabile”?

Interrogativo inquietante. Tanto più di fronte alla sconveniente circostanza di non avere al momento alcuna risposta. Il che non vuole dire naturalmente rinunciare a trovarne una; si continua comunque a provare. Alla Pontificia università della Santa Croce (Pusc) si è tenuta per esempio una giornata di studio (e di formazione professionale) dedicata a I doveri del giornalista per una società migliore. Etica e deontologia della professione in ambito ecclesiale, alla quale hanno preso parte (oltre al professor Giovanni Tridente, che ha sintetizzato per noi il suo intervento) sociologi, docenti universitari, operatori della comunicazione.

Il primo dato emerso è inconfutabile: l’immagine del giornalista, così come è stata conosciuta sino ad ora, è destinata alla dissolvenza. Cosa apparirà al suo posto è tutto da scoprire. Intanto però si possono registrare elementi significativi: il primo portato dell’uso massiccio degli strumenti digitali, ha spiegato per esempio Massimiliano Padula, docente di Sociologia e Comunicazione presso la Pontificia università Lateranense, è che «le barriere delle competenze specializzate crollano» e «il giornalismo si trova spogliato dell’etichetta di esclusività che aveva avuto sino ad ora».

Inoltre «la competenza informativa oggi si muove in uno spazio indefinito, dove il lettore è diventato un potenziale concorrente», più tempestivo, oculare, calato costantemente nel presente. In questo ambiente-mercato, gli strumenti informativi tradizionali sembrano fatalmente destinati a perire: «La notizia della carta stampata — avverte ancora Padula — racconta ormai una realtà del passato prossimo, addirittura remoto nel caso dei periodici». Stando così le cose il giornalista rischia una deriva poco edificante: «Da esclusivo a escluso, da identitario a identico (alla massa), da opinion leader a schiavo della pubblica opinione». Del resto, ha affermato Assunta Corbo, giornalista e autrice, «siamo nell’era dell’iperdrammaticità. Sembra ci siano solo problemi e non soluzioni. E l’obiettività è un’illusione». Questa presa di coscienza in apparenza desolante potrebbe tuttavia consentire di sgombrare il campo da equivoci che a lungo hanno caratterizzato la professione giornalistica: «L’informazione non deve essere asettica — ha osservato Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede — Bisogna lasciarsi “ferire” dalla realtà». Ovvero esserne testimoni partecipativi, saper raccontare l’umanità con gli occhi di un uomo, non dello strumento. E in questo senso è fondamentale anche il valore della specializzazione giornalistica, purché non si incappi nell’autoreferenzialità, peccato nel quale, ha osservato Tornielli, indugia talvolta anche l’informazione religiosa, assieme all’uso di termini e dinamiche proprie del conflitto e che quindi non dovrebbero appartenergli.

Il ritorno a un “realismo veritativo”, inteso come osservazione scrupolosa e oggettiva della realtà, è la soluzione che ha proposto anche Norberto González Gaitano, ordinario di Opinione Pubblica presso la Pusc. La crisi dell’informazione, ha ricordato, è divenuta clamorosamente evidente a partire dagli eventi politici del 2017, che hanno scatenato il dibattito sulle fake news: la copertura fuorviante del referendum sulla Brexit del 23 giugno, di quello sul processo di pace in Colombia (il 2 ottobre), delle presidenziali negli Stati Uniti che hanno condotto all’elezione di Trump (l’8 novembre).

Tutti casi in cui l’informazione ha veicolato una rappresentazione dei fatti ben diversa dalla realtà come poi si è svelata. Le pratiche mistificatorie avevano già fatto il loro esordio, in effetti, ha ricordato sempre Gonzáles Gaitano, già diversi anni addietro, ai tempi della seconda Guerra del Golfo, quando la narrativa, poi rivelatasi posticcia, sui presunti depositi di armi di distruzione di massa esistenti in Iraq aveva finito col provocare una grave crisi identitaria delle ammiraglie del giornalismo anglosassone.

Un servizio ben diverso, ha osservato monsignor Angel Rodríguez Luño, vicerettore e ordinario di Teologia morale fondamentale della Pusc, da quello che il giornalismo sarebbe chiamato a svolgere, attorno e a tutela cioè dei due grandi pilastri «della libertà personale e della collaborazione sociale». Insomma, prima di parlare di “nuovo” giornalismo occorrerebbe parlare di “buon” giornalismo. Oggi invece, ha osservato Rodríguez Luño, «alcune aree informative non sono assolutamente coperte». Si prenda ad esempio quanto sta accadendo in merito alle crisi che vivono paesi come il Venezuela, il Perú, il Cile. «Esiste un’informazione non competente, senza nessuna memoria storica. Le analisi sono ridicole». E la calunnia e la diffamazione imperversano. «È spiacevole il continuo ripetersi di slogan e luoghi comuni. Sorprende che nessuno si ponga la domanda: ma le cose stanno veramente così?».

In fondo è proprio questo il dubbio che spinge i più giovani a snobbare i media tradizionali per rivolgersi alle nuove fonti informative: la ricerca di una verità dei fatti non condizionata, non “mediata” da persone e istituzioni ormai considerate poco obiettive se non disoneste. Visto da un’altra angolazione, è il tema del rapporto dei giornalisti con il potere cui dipendono, il potere, per intendersi, che detiene i grandi mezzi di informazione e ne condiziona gli spazi di libertà e di lavoro. Insomma, se il pubblico preferisce credere alle notizie non “ufficiali” della rete rispetto a quelle un tempo indubitabili del “telegiornale della sera”, una ragione ci sarà pure.

Nonostante tutto, qualche segnale positivo c’è. Raffaele Buscemi, docente di Media Training presso l’università Santa Croce, ha illustrato una realtà piuttosto interessante, nella quale almeno parzialmente viene smentito lo stereotipo di un fruitore della nuova informazione sostanzialmente privo di capacità di discernimento, affetto da un’irrecuperabile dipendenza da like, avido consumatore di fake news o snack ball (le notizie brevi e non approfondite che esauriscono la loro esistenza nel giro di qualche ora). Realtà, quelle appena illustrate, che, beninteso, sono presenti nel grande caos informativo di oggi. ma che non ne esauriscono la complessità. E soprattutto non sono inesorabili. Lo dimostra ad esempio il crescente successo dei siti che si occupano di slow news, notizie già uscite che vengono sottoposte a un fact checking accurato e poi riscritte alla luce di una più attenta ponderazione. Si tratta di siti che crescono a colpi di decine di migliaia di utilizzatori, tanto da cominciare ad attirare l’interesse delle agenzie pubblicitarie.

Insomma, nell’attesa di capire se in realtà i media esistano ancora o meno, intanto bisogna prendere atto di una scomoda verità: l’offerta informativa è cresciuta in maniera enorme e l’unica maniera di sopravvivere è in fondo la stessa usata dai commercianti di fronte all’invasione dei prodotti a basso costo provenienti dalla Cina o dalla Thailandia: puntare sulla qualità. Facile a dirsi. Molto, molto difficile a farsi. Però, si potrebbe dire con una facile battuta, «è il mercato, bellezza», e chi ci vuole stare deve rimboccarsi le maniche. Proprio come facevano i vecchi cronisti, davanti alla loro prediletta, romantica, macchina da scrivere.

di Marco Bellizi

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05 dicembre 2019

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