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Chi è
il vero Matteo?

· Una nuova interpretazione del capolavoro di Caravaggio ·

Pubblichiamo la prefazione del già direttore dei Musei vaticani al libro di Sara Magister Caravaggio. Il vero Matteo (Roma, Campisano Editore, 2018, pagine 184, euro 40) che verrà presentato nel pomeriggio del 31 maggio presso l’Institut français - Centre Saint-Louis di Roma da Antonio Paolucci, Claudio Strinati e Fabio Isman.

Mi ha sempre affascinato la figura di Matteo così come ce la consegna Caravaggio nel telero celebre della Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi. Nei racconti evangelici, Matteo è un pubblicano, uno che riscuote le tasse per conto dei romani, un rinnegato collaborazionista. Il suo statuto è quello dell’infamia. Sta all’ultimo posto nella scala sociale e nella considerazione etica di un giudeo del primo secolo della nostra era. Gesù vede questa specie di intoccabile e gli chiede di seguirlo. Immediata è la risposta del chiamato. Lascia tutto e segue il maestro. 

Michelangelo Merisi da Caravaggio, «La vocazione di Matteo» (1599-1600 particolare)

Quando il meno che trentenne Caravaggio, fra il luglio del 1599 e il luglio del 1600 dipinse in San Luigi dei Francesi, per la cappella del prelato Mathieu Cointrel (italianizzato in Contarelli), le tele dedicate al santo protettore del committente, non ebbe dubbi. Il testo evangelico, per essere efficace e da tutti comprensibile, deve subire una traduzione analogica. O il Vangelo è attuale, è in grado di parlare all’uomo di oggi, oppure non è. Questo pensava il cattolico Caravaggio, questo insegnavano i decreti sulle arti promulgati dal concilio di Trento.
Analogia vuol dire trasmissione dell’essenza di un messaggio antico attraverso l’adeguamento in forme moderne di persone e situazioni. Il Matteo del Vangelo è un personaggio spregevole, ma chi potrebbe essere, nella Roma dell’anno 1600, un personaggio “moderno” che svolge azioni altrettanto deprecabili e che perciò può essere paragonato, per analogia, all’evangelista prima della conversione?
La risposta di Caravaggio a questa domanda è geniale. Il Matteo del 1600 è l’usuraio, uno che ha fatto i soldi prestando i denari a strozzo e trafficando con la malavita. Ed ecco la scena celebre, vero e proprio colpo di mano sulla Roma contemporanea, ambientata in un luogo concettualmente “analogo” al banco del gabelliere giudeo della Gerusalemme di Ponzio Pilato. È una stamberga della Roma popolare, da immaginare in qualche vicolo fra il Pantheon e Campo dei Fiori. In questo luogo, giovani dandies con le armi bene in vista — una tipologia umana in bilico fra il bravo manzoniano, lo sfruttatore di donne e il baro — stanno intorno a un tavolo dove si parla di denaro e si contano monete.
Cristo entra dalla porta. Entra nella luce sporca, gialla del vicolo. Quella fascia di luce polverosa è metafora della luce divina che ha toccato il cuore del chiamato.
Ma chi è Matteo, il pubblicano qui in figura dell’usuraio dell’anno 1600? È l’uomo d’età, ben vestito, che sta al centro del tavolo e che, incuriosito e turbato, porta la mano al petto come a dire, rivolgendosi a Cristo, “vuole me?” Oppure è il giovane torvo tutto concentrato sulle monete che sta contando, nell’angolo di sinistra?
Sara Magister non ha dubbi e l’identificazione del vero Matteo è l’argomento del libro che le mie righe introducono; un libro condotto con determinazione e con passione, scrutinando fonti e documenti, in un vero e proprio corpo a corpo con l’opera, disarticolata e analizzata in ogni sua parte. Come una freccia ben scoccata, l’identificazione del “vero” Matteo arriva a conclusione del libro come un obiettivo certo e incontrovertibile.

di Antonio Paolucci 

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20 giugno 2019

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