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Materia e antimateria

· Le sculture Farnese del Museo archeologico nazionale di Napoli fotografate da Luigi Spina ·

Reinterpretare l’immagine antica e trasmettere l’essenza del bello alla sensibilità contemporanea: questa la sfida del fotografo Luigi Spina, che si è misurato con una delle vette più eccelse dell’arte classica, le sculture della collezione Farnese, conservate al Museo archeologico nazionale di Napoli (Mann). Le sculture Farnese rappresentano una pietra miliare nella formazione dell’immagine dell’antico nelle generazioni moderne, a partire dal XVI secolo, quando la collezione si formò — principalmente per ritrovamenti da scavi archeologici romani — per volere di Alessandro Farnese, eletto Papa nel 1534 col nome di Paolo III.
Luigi Spina ha vissuto l’esperienza unica di trovarsi a fotografare per un decennio le sculture della collezione (esattamente, come precisa Spina, per 3285 giorni e 300 sculture). L’occasione si è offerta con il riallestimento museale della collezione, avviato nel 2002 sotto la guida sapiente di Carlo Gasparri, studioso della raccolta, e poi di Valeria Sampaolo, conservatore capo delle collezioni del Mann. Supporto fondamentale per Spina è stata quella che lui definisce la «macchina-museo», ossia quelle maestranze, per lo più napoletane, esperte e silenziose che gli hanno consentito di allestire le sue riprese, movimentando senza rischi oltre 180 statue. Un’esperienza troppo intensa, troppo unica, per non lasciare dietro di sé dei mutamenti indelebili.

Statua di Atlante  (I secolo prima dell’era cristiana o età antonina)  foto di Luigi Spina

Da questa esperienza irripetibile, che aveva già generato l’imponente apparato iconografico dei tre volumi dell’editio princeps della collezione, curata da Gasparri, nasce l’opera Diario mitico – Cronache visive sulla Collezione Farnese (Milano, 2017, pagine 160, euro 59) prodotto dalla collaborazione tra il Mann e l’editrice 5Continents, specializzata da tempo in raffinati volumi d’arte; lo splendido volume è stato presentato presso il museo napoletano il 17 novembre scorso. Con l’occasione, è stata esposta una selezione significativa delle immagini del libro ed è stato proiettato un breve docu-video sul backstage della campagna fotografica, realizzato dal regista Romano Montesarchio, utilizzando riprese fatte dallo stesso Spina nel corso dell’intera battuta.
In Diario mitico Spina, libero da esigenze esterne e contingenti, rivela da vero artista visivo la sua relazione intima e personale con le sculture Farnese. Accogliendo quasi religiosamente le opere su fondi grigi, lasciando libera la luce di esplorare le loro forme senza crudezze, ma senza neppure indulgere all’estetismo sterile, l’artista esprime attraverso immagini mitiche senza tempo, fatte — come dice Spina — di «materia e antimateria», le profonde e archetipiche risonanze interiori, di una interiorità a tratti mistica e iniziatica, scaturite dall’esperienza conturbante del Bello assoluto. Brevi testi corredano le immagini del volume: non certo didascalie, ma piuttosto appunti di un vissuto al tempo stesso reale e onirico, recuperati da un diario intimo e talvolta lirico, scanditi in otto giornate, simboliche del lungo succedersi dei giorni.
Ancora una volta, dunque, le sculture Farnese stimolano le generazioni che le hanno via via nel tempo ammirate e con cui si sono misurate a elaborarle e a coglierne l’essenza profonda e più autentica, per restituirla ai contemporanei: in passato lo scultore-restauratore Guglielmo della Porta, oggi l’artista della fotografia Luigi Spina.
Negli anni 1545-1546, in cui vennero aperti gli scavi “all’Antoniana”, come al tempo erano chiamate le Terme di Caracalla, emerse il nucleo più celebre della collezione: i due Ercoli — quello detto appunto Farnese al Mann, e la sua replica, oggi alla Reggia di Caserta —, il gruppo del Toro, una delle più grandi sculture dell’antichità giunte fino a noi, donde la definizione di «montagna di marmo», varie sculture colossali, insieme a tante altre opere e preziosi arredi marmorei. Gli eccezionali reperti andarono ben presto a connotare l’architettura del Palazzo Farnese, facendone la sede di rappresentanza — identitaria e dinastica — di una famiglia che tanto ha contribuito alla storia del papato. Molto attivi nella formazione della collezione furono i cardinali nipoti di Paolo III, i fratelli Alessandro e Ottavio. Soprattutto il primo, detto il “gran cardinale”, si impegnò, forte della sua accurata formazione umanistica, nell’allargamento della collezione, con l’acquisto di quella della famiglia Del Bufalo.
Così, grazie a successivi lasciti e acquisti, la collezione assunse dimensioni grandiose, concentrandosi per lo più a Roma, a Palazzo Farnese, e, in misura minore, nelle altre residenze romane della casata, nonché a Parma, capitale del ducato farnesiano.
Non si limitava alla scultura antica, ma comprendeva anche quadri, glittica, numismatica, libri e incisioni. Quando l’ultima erede dei Farnese, Elisabetta, sposò Filippo V di Spagna, la collezione passò ai Borbone: il loro figlio, Carlo III, venuto a Napoli, avviò il trasferimento delle collezioni parmensi, ma fu solo il figlio di Carlo, Ferdinando IV, nel 1786, ad avviare il trasloco delle collezioni romane a Napoli, nonostante i vincoli imposti dal Pontefice fondatore, le resistenze della curia papale e le proteste dei contemporanei, fra cui lo stesso Goethe. Probabilmente la ferita arrecata a Roma dal trasferimento della collezione contribuì, anni dopo, a favorire, con l’editto del cardinale camerlengo, Bartolomeo Pacca (1820), un ulteriore inasprimento della legislazione pontificia in materia di tutela delle antichità e delle opere d’arte.
L’arrivo delle sculture Farnese nella capitale borbonica fu impresa memorabile dal punto di vista logistico: le opere giunsero a Napoli via mare, sotto la supervisione del pittore di corte di Ferdinando, Jakob Philipp Hackert.
La collezione fu oggetto nel passato di grandi interventi restaurativi: si trattò, secondo il concetto di restauro del tempo, di rilavorazioni e di integrazioni di parti mancanti. Nel XVI secolo furono impegnati gli scultori Guglielmo della Porta e poi il suo allievo Giovanni Battista dei Bianchi: solo il restauro del Toro richiese circa trent’anni per venire a capo dell’articolata iconografia e realizzare le infinite integrazioni necessarie. Singolare fu poi la vicenda delle gambe dell’Ercole: in un primo momento rifatte da della Porta, ritrovate le originali, furono sostituite solo nel XVIII secolo, quando lo scultore Carlo Albacini preparò le opere per la partenza per Napoli.
Il viaggio causò altri danni ai reperti, che furono restaurati, giunti a destinazione, da Andrea Calì, Angelo Maria Brunelli e altri scultori attivi nella capitale borbonica.

Una storia affascinante, quella della collezione Farnese, tante volte già narrata, continuamente riletta e decifrata, ma che — col suo smisurato potenziale estetico — continua ancora a dare agli studiosi di archeologia e di collezionismo, agli storici dell’arte e degli avvenimenti, ma anche ad artisti come Luigi Spina, infinita materia di indagine e di ispirazione.

di Raffaella Giuliani

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24 aprile 2019

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