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Martire della verità

· Domenica in Germania la beatificazione del pallottino Henkes ·

Un uomo tutto di un pezzo, senza paure né tentennamenti di fronte alle ideologie contrarie alla vita, che non temeva di dare il vero nome alla menzogna e all’oppressione. Un consacrato, sacerdote, solidale con tante vittime del nazismo che non teme di alzare la voce nel nome di Cristo per ergersi a difensore dei deboli e dei valori cristiani. Per questa sua coerenza subisce il martirio nel lager di Dachau. È il pallottino Richard Henkes, che viene beatificato, domenica pomeriggio, 15 settembre, a Limburg in Germania. A presiedere il rito in rappresentanza di Papa Francesco, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Nato il 26 maggio 1900 a Ruppach in una numerosa famiglia cattolica tedesca, all’età di dodici anni entra nel seminario minore della Pia societas missionum — come si chiamava allora la Società dell’apostolato cattolico — a Vallendar-Schoenstatt. La congregazione aveva missioni anche in Camerun, colonia tedesca dal 1884 al 1919. Lo spirito missionario lo anima a scegliere la via della consacrazione. Affascinato dal carisma del movimento apostolico di Schoenstatt, fondato dal pallottino Peter Josef Kentenich, che è anche suo direttore spirituale, si consacra a Maria Mater Ter Admirabilis, “tre volte ammirabile”. Nel 1918, durante la prima guerra mondiale, è costretto a interrompere gli studi e a prestare il servizio militare. Dopo un iniziale entusiasmo, comprende tutte le contraddizioni e i limiti dell’esercito prussiano. Terminato il conflitto, consegue il diploma di maturità nel 1919 e frequenta il biennio di noviziato, emettendo la professione religiosa il 25 settembre 1921.

Passato alla formazione filosofico-teologica, affronta un periodo di crisi umana e spirituale dal 1923 al 1925. Dopo attente riflessioni, matura la decisione di proseguire la strada della consacrazione. Emette la professione perpetua il 25 settembre 1924 e il 6 giugno 1925 riceve l’ordinazione sacerdotale.

Gli viene affidato l’incarico di insegnare in varie scuole dei pallottini (Vallendar, Alpen, di nuovo Vallendar) e in questo periodo mantiene con una giovane di Ahrweiler una fitta amicizia epistolare che non piace ai superiori e che motiva, nell’estate del 1931, un’ammonizione canonica.

Una tubercolosi lo costringe a interrompere l’insegnamento per curarsi. Nel 1931, i superiori lo mandano all’est, nella Slesia, per l’insegnamento nelle loro istituzioni a Katscher e Frankenstein. Ben presto, riconosce nell’affermazione del nazionalsocialismo un’offesa alla dignità umana e alla fede cattolica. La franchezza che usa nelle prediche e i commenti sulla nuova ideologia e le critiche al regime nazionalsocialista, lo mettono nel mirino della polizia segreta, la Gestapo. Viene denunciato e interrogato per una predica tenuta a Ruppach il 7 marzo 1937 in cui stigmatizzava l’eugenetica nazista e per questo tenuto sotto controllo. Un commento su Hitler fatto a Katscher nel 1938 gli costa la citazione in tribunale a Breslavia. Può sfuggire alla condanna grazie all’amnistia generale per i festeggiamenti in occasione dell’annessione dell’Austria al terzo Reich, però è costretto a lasciare l’insegnamento. Si dedica allora all’attività pastorale e alla predicazione degli esercizi spirituali.

È inviato prima a Branitz, poi come parroco a Strandorf (1941-1943). Al fine di evitare il servizio militare, viene incardinato, insieme con altri pallottini, nell’arcidiocesi di Olomouc (Olmütz). È un predicatore che cerca di sottolineare i valori evangelici continuamente calpestati dal regime. Si esprime contro l’uccisione dei disabili ed esorta al chiaro impegno per la fede. Le sue parole danno fastidio e ben presto si avventa su di lui la furia della repressione.

Durante una predica tenuta a Branitz il 12 marzo del 1943, esorta i fedeli e, in particolare, i militari alla testimonianza coraggiosa. Dopo una ventina di giorni, l’8 aprile 1943, la Gestapo lo arresta a Ratibor. Viene tenuto in isolamento per 7 settimane e successivamente condannato al campo di concentramento di Dachau.

Vi arriva il 10 luglio 1943. Ad agosto è assegnato alla baracca numero 26 con altri sacerdoti, Deve affrontare un duro lavoro nella piantagione, nel servizio della posta e nell’attività di disinfestazione. Nel 1944 è incaricato di organizzare la mensa della baracca 17. Proprio in essa nel novembre scoppia una epidemia di tifo petecchiale e, nonostante, il grave rischio di contagio, si mette spontaneamente al servizio dei malati. A metà del febbraio 1945 si ammala di tifo e viene messo nella baracca 17 che, per motivi di sicurezza, è poi isolata. Muore dopo pochi giorni, il 22 febbraio.

I testimoni sottolineano la sua completa disponibilità ad aiutare gli altri. Anche le sue lettere a parenti e conoscenti nella parrocchia attestano la sua maturità umana e sacerdotale. Corrompendo il capo del forno crematorio, i confratelli riescono a far cremare separatamente la sua salma. Le ceneri vengono così portate clandestinamente fuori del lager e alla parrocchia di Dachau fino alla fine della guerra. Dopo la liberazione di Dachau, 29 aprile 1945, sono inviate alla casa provinciale a Limburgo.

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