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Martire
come Prassede

Eravamo i “diversi” in un gruppo organizzato che aveva appena terminato la visita guidata alle quattro basiliche maggiori. Lei era nera, ma proprio nera, col viso gradevolmente regolare e un bel corpo coperto da una semplice polo bianca e da una gonna celeste. Io il solo romano, forse in cerca di sé. L’avevo notata e mi ero chiesto come fosse capitata in mezzo ai soliti turisti, tutti uguali e tutti diversi, grondanti di sudore nell’estate romana.

Mosaico absidale della chiesa di Santa PrassedeA pagina 26 «Santa Prassede» dipinto attribuito a Jan Vermeer (1655 circa)

Terminata la visita in Santa Maria Maggiore con mio stupore si rivolse a me per chiedere dove fosse la chiesa di Santa Prassede. La pronuncia incerta e la mia ignoranza mi fecero chiedere «Santa chi? Scusi». «Prassede» ripeté scandendo bene. «Ah, quella dei Promessi Sposi». «Non sposa, no! Vergine e martire! Martire molto giovane. La sua chiesa qui vicino. Scusa, se non sai chiedo...». «Aspetta chiediamo al bar mentre beviamo qualcosa: è il 21 luglio e fa caldo». Accettò e scambiammo qualche parola.

Era nativa del Biafra e lì insegnava al liceo. Cattolica e forte di una fede profonda venerava come modello la santa romana ed era qui a sciogliere un voto. Chiese di me: «Cosa fai e perché sei qui?». «Sono un medico e non so perché oggi sono qui. Curiosità o noia, anche perché non credo in niente». Mi guardò con commiserazione. «Andiamo, vieni in chiesa con me». Le sorrisi: «Grazie ma devo montare di guardia, mi convertirai un’altra volta». A due passi si trova un portone insignificante che introduce a una inattesa meraviglia. Non entrai «Vado in clinica, la lascio alla sua santa». Mi fissò con dolcezza e al mio «addio» rispose «arrivederci» ed entrò in chiesa.

In clinica cercai la suora di guardia: «Suor Maria, sa qualcosa di santa Prassede?». «Certo, è oggi e qui c’è tutto scritto, persino che forse non è mai esistita. Se vuole può leggerlo, poi me lo ridà». «Ok sorella, grazie. Qualche paziente grave?». «No, la notte si presenta bene, dormirà tranquillo».

Cominciai a leggere. Figlia di Pudente, senatore romano convertito al cristianesimo, visse nel secondo secolo durante le persecuzioni dell’imperatore Antonino Pio... Leggevo, dormivo, sognavo, vivevo. «Timoteo ha scritto che possiamo utilizzare l’eredità di nostro padre e dividerla col prete Pastore e con il Papa. Per prima cosa faremo un fonte battesimale nella chiesa dei nostri genitori. Che ne dici fratello?». Novato annuì. «Continueremo a predicare il Vangelo e a dividere il pane. L’imperatore Antonino crede di sconfiggere la nostra fede uccidendo i santi fratelli in Cristo. Per ogni martire sono decine le conversioni! Hanno ucciso nostra sorella Pudenziana, una bambina ancora. La seppelliremo vicino a Pudente nel cimitero di Priscilla. Chi mai potrà spiegare il perché di tanto odio e di tanto accanimento?».

Prassede, che vuol dire donna d’azione, lo era di fatto oltre che di nome. Somigliava a Savinella, sua madre, che aveva trasformato la propria casa in una chiesa dove anche Papa Pio celebrava e predicava. Insieme a Pio i e con l’aiuto dei preti Pastore e Demetrio, Prassede fece costruire altre due chiese. Per due anni si visse a Roma una tregua dalle persecuzioni durante la quale l’attività pastorale era tollerata e dava buoni frutti.

La persecuzione riprese con durezza contro migliaia di cristiani. Prassede pur in preda a un immenso dolore per tanto scempio non smise l’opera di conversione. Quel giorno Novato, già malato, entrò di corsa e urlò concitato: «Fuggiamo, corri, stanno venendo a catturarti. Antonino in persona ha dato l’ordine. Torturano prima di ucciderti. Ricordi Pudenziana, dai, andiamo via. Qualcuno ha tradito e Demetrio è già morto! Ma che fai, ti metti in ginocchio? Levati orsù...». «Va’ fratello, fuggi subito, scampa la sofferenza e la morte! Io non pavento torture e tantomeno la morte. Possono seviziare il corpo e straziarlo fino a toglierne la vita. Otterranno l’esaltazione dell’anima mia nell’unione con le sofferenze di Cristo e dei fratelli martiri della fede. La più orribile delle morti diviene santificazione eterna nell’abbraccio di Dio e nella comunione dei santi. Vai e lascia ch’io preghi per costoro perché come accadde a Paolo siano illuminati e salvati».

Entrano con i gladi in mano gridando. Qualcuno indica Prassede. La ragazza si alza, apre le braccia e porge il petto all’arma che vi si infigge. Vedo il suo viso bello e radioso mentre muore. Un viso, che vedo? Non capisco, è il viso della donna del Biafra e poi, poi vedo il volto di chi ha tradito e l’ha uccisa.

Mi sento urlare e fremere contratto come uno stoccafisso e non riesco a svegliarmi. «Dottore la smetta! Si svegli!». Suor Maria accompagna alle parole un sonoro schiaffo che mi riporta alla realtà. Ancora urlo, ma smetto e mi alzo. «Grazie sorella, sto bene e davvero non l’ho uccisa. Ero io ma non l’avrei mai tradita. Ucciderla poi...». «I dottori qualcuno ammazzano sempre!». «Non mi irrida, ho vissuto in un incubo».

Per giorni non riuscii ad applicarmi a nulla. Il cervello era occupato dal mio braccio col gladio infisso nel petto di una donna di colore. Mi resi conto di quanti «femminicidi» avvengano con cadenza continua. Decisi di rivolgermi ad uno psichiatra. Non feci in tempo. La notizia mi colpì come un fulmine. Attaccata una scuola cattolica in Biafra. Uccisi alcuni insegnanti, fra le foto la sua.

Martire come Prassede. Nell’animo fu come uno squarcio che mi aprì un orizzonte infinito.

Mi trovai in chiesa, a Santa Prassede. In ginocchio piangevo e pregavo preghiere che neanche conoscevo. Pregavo Prassede che prega per chi ogni giorno l’uccide e per chi di fronte alla strage si copre d’indifferenza.

di Beniamino Baldacci

Beniamino Baldacci è medico di famiglia a Roma da molti decenni, amato dai suoi pazienti come difficilmente accade nelle grandi città. Tutti gli riconoscono, accanto a un alto livello professionale, la capacità di comprendere l’anima dei malati, la pazienza di avvicinarsi a ciascuno con la disponibilità di ascoltarlo, di vedere il suo fardello di dolore, le sue sconfitte e le sue stanchezze, che spesso sono alla base delle malattie. Ha sei figli e sei nipoti, ha scritto vari articoli di medicina e un romanzo storico Leone. Donne e tradimenti (2014) premiato al Spoleto Festival Art nello stesso anno.

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