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Maria di Magdala

In punta di piedi e a piccoli passi: in questi anni Maria di Magdala ha recuperato un po’ di terreno anche nella Chiesa d’occidente. È stato Giovanni Paolo II che, nell’omelia di una domenica di Pasqua, ha gridato al mondo che è stata lei la prima testimone del risorto. E, finalmente, se ne è fatta eco la stampa, è diventata notizia, sembrava la scoperta del secolo. In pochi si sono posti la domanda del perché ci sono voluti secoli e secoli perché quanto narrato nel vangelo di Giovanni da quasi duemila anni venisse recepito per come era stato scritto. Ma non importa, la breccia ormai era stata aperta. Papa Francesco ha poi decretato che la celebrazione di Maria di Magdala fosse elevata da memoria obbligatoria a festa liturgica e, da due anni, nella messa del 22 luglio viene utilizzato il proprio degli apostoli. Testimone, apostola. Sembrano finalmente archiviate tutte quelle istantanee che l’imponente produzione iconografica occidentale, oltre a tanta letteratura e recentemente anche tanta cinematografia, ha contribuito a fissare nell’immaginario di generazioni di cristiani facendoli fantasticare sulla sua sensualità di prostituta, di amante, di moglie.

Giovanni Girolamo Savoldo«Maria Maddalena» (particolare, 1535-1540)

Dopo tante leggende, Maria è stata finalmente restituita alla sobrietà delle narrazioni evangeliche. Da tempo, in realtà, studiose e studiosi avevano provato a farlo, ma ci voleva l’autorevolezza di due Pontefici per cominciare a purificare la memoria della Chiesa latina. Non così per le Chiese d’oriente che, da sempre, nella terza domenica dopo Pasqua, celebrano la festa delle mirofore, cioè di quel piccolo gruppo di donne con a capo Maria di Magdala che, portando la mirra per ungere il corpo del maestro morto, vanno al sepolcro e, per prime, ricevono l’annuncio della risurrezione. Per la Chiesa d’occidente era invece necessario superare un equivoco che per millecinquecento anni ha segnato profondamente la storia della spiritualità, soprattutto delle donne. Un equivoco che viene da molto lontano, dal successo di un’omelia di san Gregorio Magno nella quale, di tre donne evangeliche, si fa un’unica “Maria”. Per il grande Papa, la peccatrice anonima del vangelo di Luca che lava i piedi a Gesù con le sue lacrime (7, 36-50), Maria di Betania che, secondo Giovanni, unge profeticamente il capo del maestro nella notte del tradimento (Giovanni 12, 1-8) e quella Maria di cui il maestro rifiuta l’abbraccio la mattina di Pasqua (Giovanni 20, 11-18) coincidono e creano così il prototipo della donna alla sequela di Cristo, la prostituta penitente, la figlia di Eva finalmente riscattata dal peccato che ogni donna, per il fatto solo di essere tale, immette nel mondo e nella storia. Il binomio Eva-Maddalena ha, d’altro canto, radici antichissime perché è presente già in antichi scrittori cristiani come Ippolito, in Padri di tradizione greca come Gregorio di Nissa o, più tardi, di tradizione latina come Ilario di Poitiers o Ambrogio.

Fin dai primi secoli i grandi Padri si sono tutti interrogati su questa figura, soprattutto perché era molto difficile per loro accettare che il risorto avesse voluto riservare un’apparizione individuale proprio a lei: nessun evangelista riferisce infatti di un’apparizione a Pietro, anche se un’eco di essa c’è alla fine del racconto sui due discepoli di Emmaus (Luca 24, 34). Della sua esperienza della risurrezione si parla invece diffusamente in tutti e quattro i vangeli. In quello di Marco, che contiene il più antico racconto della passione, e negli altri due sinottici, Maria è sotto la croce (Marco 15, 40-41; Matteo 27, 55-56; Luca 23, 49), alla sepoltura (Marco 15, 47; Matteo 27, 61; Luca 23, 55-56) e, la mattina di Pasqua, al sepolcro vuoto dove le discepole galilee ricevono il primo annuncio della risurrezione (Marco 16, 1-8; Matteo 28, 1-10; Luca 24, 1-11). Nel più recente dei vangeli, quello di Giovanni, Maria è sotto la croce (19, 25) e, soprattutto, è la destinataria dell’unica apparizione individuale del risorto (20, 1-2.11-18). Né si può dimenticare che Luca la menziona accanto ai Dodici e come leader del piccolo gruppo di discepole al seguito di Gesù durante il suo ministero in Galilea (8, 1-3).

Paolo Invece, benché per lui la vicenda del galileo si concentri tutta nei fatti di Pasqua, sembra non sappia nulla di questa testimone della risurrezione. Anzi, proprio Paolo fa da cassa di risonanza a un’antica formula di fede in cui Maria e le altre discepole galilee sono espunte dalla lista dei testimoni della risurrezione: all’origine del kèrygma pasquale ci sarebbero stati solo un numero crescente di discepoli a cui è apparso il risorto, tutti rigorosamente maschi (1 Corinzi 15, 3-7). La deformazione della memoria comincia, insomma, molto presto e, purtroppo, a ben poco servirà il recupero delle antiche tradizioni narrative sui fatti di Pasqua che insistono sul protagonismo delle discepole da parte di tutti e quattro gli evangelisti.

Invece, è proprio dai racconti evangelici che deve prendere le mosse il riscatto della memoria. Perché Gesù di Nazaret non è riducibile a uno dei tanti miti soteriologici che hanno accompagnato gli ultimi tempi di un impero che andava sgretolandosi, né a un’ideologia potente che consente a quell’impero di ricomporsi in una nuova unità. Gesù è «nato da donna», e a fondamento di ogni riflessione cristologica deve essere posto l’interrogativo dei suoi compaesani: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre?» (Giovanni 6, 42). Lo stesso vale per i suoi discepoli e per le sue discepole che non sono tutte figure letterarie, personaggi fittizi che abitano piccoli racconti mitici su un profeta carismatico, ma sono uomini e donne che hanno creduto in lui mentre chiamava a raccolta l’intero Israele perché il Regno era ormai tanto vicino da essere già presente, si sono messi alla sua sequela e, dopo la sua morte hanno creduto che il Padre lo ha risuscitato dai morti.

I discepoli e le discepole, insomma, hanno vissuto concretamente il difficile passaggio che va dal discepolato del nazareno alla sequela del risorto, ed è proprio qui, in questo passaggio, che Maria di Magdala gioca un ruolo decisivo. La testimonianza degli evangelisti è, al riguardo, inequivocabile. Solo a partire dai testi, allora, è possibile ricostruire l’immagine autentica, libera cioè da secoli di fraintendimenti e di manipolazioni, della Maria discepola, testimone e apostola.

Se tutti e quattro gli evangelisti canonici concordano nel riconoscere a Maria un ruolo di spicco per la genesi della fede pasquale, è anche vero però che i sinottici e Giovanni modulano questo dato storico servendosi di registri teologici diversi. A dimostrazione della creatività con cui è stata conservata e tramandata la memoria di questa discepola e, quindi, del valore fondativo che essa ha avuto per la costituzione delle diverse Chiese protocristiane.

La tradizione sinottica, sia pure con sfumature diverse, attribuisce alla figura di Maria e delle altre discepole galilee un chiaro carattere kerigmatico: queste donne sono strettamente collegate all’annuncio cristiano e alla sua diffusione, prima come testimoni della morte, della sepoltura e dell’avvenuta risurrezione, poi come prime destinatarie dell’annuncio pasquale e poi, a loro volta, come messaggere della buona notizia. Non può stupire se, all’interno di due culture patriarcali come quella giudaica e quella greco-romana, il loro protagonismo viene cautamente stemperato con il motivo dell’incredulità da parte dei discepoli (Marco 16, 11; Luca 24, 11). In realtà, esso viene invece rafforzato. Infatti, che nessuna preoccupazione apologetica abbia potuto espungerlo dai racconti pasquali è riprova del suo radicamento nelle più antiche tradizioni storiche: a poco tempo di distanza dagli avvenimenti, chi avrebbe potuto tacere su particolari che dovevano essere, evidentemente, di dominio pubblico? Anzi, se nella seconda conclusione del vangelo di Marco, aggiunta in seguito, viene ripreso il motivo dell’apparizione del risorto a Maria di Magdala, ciò non fa che confermare quanto fosse importante per le chiese nascenti conservare la memoria di questa discepola come leader del gruppo delle donne che seguivano e servivano Gesù.

È però soprattutto il vangelo di Giovanni a profilare con grande forza il ruolo apostolico di Maria di Magdala. In realtà, all’interno della narrazione giovannea sono proprio le figure femminili — la donna di Samaria, Marta, Maria di Betania e Maria di Magdala e, per ben due volte, la madre di Gesù — a giocare un ruolo decisivo. Una tale strategia narrativa, che fa intervenire i personaggi femminili nei momenti cruciali per la rivelazione di Dio da parte di Gesù, non può essere casuale ed è quindi lecito pensare che, all’interno delle comunità giovannee, le donne credenti fossero particolarmente importanti anche per quanto riguarda l’elaborazione della fede cristologica. Assolutamente in linea con il resto del vangelo, il protagonismo pasquale di Maria di Magdala non può allora sorprendere.

William-Adolphe Bouguereau«Le saintes femmes au tombeau» (particolare 1890)

Si dovrebbe dare maggiore risalto alla presenza sotto la croce, accanto a Maria di Nazareth e al discepolo amato, di Maria di Magdala testimone della scena della “consegna” da cui ha inizio la vita della comunità di coloro che credono nel risorto. Sotto la croce la discepola galilea, in silenzio, è testimone dell’ultima volontà di Gesù nei confronti della nuova comunità discepolare: la comunità del discepolo amato deve accogliere con sé Maria, deve cioè restare fedele all’incarnazione, accettando che colui che è stato esaltato è colui che è nato da donna (19, 25-27). Per Giovanni, la sua partecipazione alla morte di Gesù non ha quindi il valore di testimonianza oculare, come per i sinottici, ma è piuttosto propedeutica all’investitura apostolica che riceverà «il primo giorno della settimana» nel giardino dove Giuseppe di Arimatea e Nicodemo avevano sepolto il corpo di Gesù (19, 38-42).

Infatti, poco dopo, in quel giardino della sepoltura, sarà lei a dover accettare, per prima, di non restare ancorata al ricordo del maestro morto, e a farsi discepola di colui che, ormai, è asceso al Padre. Per Maria l’esperienza del risorto comporterà il passaggio dall’una all’altra conoscenza, dalla conoscenza del maestro alla conoscenza del risorto, e sarà investita dal risorto stesso del ruolo di annunciare ai discepoli la qualità del tutto nuova del rapporto che l’esaltazione di Gesù ha stabilito sia tra il risorto e i suoi, sia dei discepoli tra loro (20, 17-18). Maria di Magdala, insomma, racchiude in sé la sintesi della cristologia giovannea, così fortemente caratterizzata dalla polarità incarnazione-esaltazione.

L’interrogativo allora si impone: a cosa si deve l’amnesia che ha portato la tradizione successiva a far scivolare Maria di Magdala dalla storia di Gesù e della sua comunità discepolare prima e dopo Pasqua al susseguirsi di infinite leggende che, pur conservandone il ricordo, lo hanno alterato e lo hanno reso comunque insignificante per la storia della grande Chiesa? Anche solo uno sguardo alle tradizioni cosiddette apocrife lascia capire che all’interno di alcune comunità marginali, invece, il ruolo di questa donna viene riconosciuto e rispettato. In realtà, anche nella tradizione della grande Chiesa si è levata ogni tanto qualche voce che metteva in luce l’importanza di Maria di Magdala. Basta ricordare le parole di Rabano Mauro quando afferma che Cristo elesse Maria di Magdala «apostola della sua ascensione, premiando con una degna ricompensa di grazia e di gloria, e con privilegio di onore colei che per i suoi meriti degnamente era la guida di tutte le sue cooperatrici, la quale poco prima aveva istituito evangelista della resurrezione».

La voce di questo abate di Fulda e arcivescovo di Magonza degli inizi del ix secolo è rimasta, però, come quella di molti altri, solo una voce marginale. Possiamo solo sperare che non accada altrettanto a due Papi come Giovanni Paolo II e Francesco che hanno restituito alla Chiesa latina la Maria di Magdala evangelica, discepola di Gesù, testimone della risurrezione e, per questo, come l’ha definita Papa Francesco nella catechesi del 17 maggio 2017, «apostola della nuova e più grande speranza».

di Marinella Perroni

 

L’autrice

Insegna Nuovo Testamento al Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma, ed è anche professore invitato presso la Facoltà teologica Marianum. Dopo aver fondato il Coordinamento teologhe italiane (2003), ne è stata presidente dal 2004 al 2013. Dal 2013 è vicepresidente e membro del comitato scientifico di Biblia. Pubblicazioni recenti: Le donne di Galilea. Presenze femminili nella prima comunità cristiana (Edb, 2015), Maria di Magdala. Una genealogia apostolica (con Cristina Simonelli, Aracne, 2016) e Dio nessuno l’ha mai visto. Una guida al vangelo di Giovanni, (con Pius-Ramon Tragan, San Paolo, 2017).

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