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Smisurata preghiera

· I diari di Fabrizio De André ristampati a vent’anni dalla morte ·

Fabrizio De André  (1971)

Forse la più bella canzone di Fabrizio De André è la brevissima Ave Maria, presente nella Buona novella (pubblicata nel 1970 e scritta nel 1969, cinquant’anni fa), per la forza lirica con cui accoglie il «passare» della Vergine in una «siepe di sguardi», simile all’angelica sembianza del femminino di molti poeti, da Guinizzelli in poi. Ma l’ottica è giustamente ribaltata: «Ave alle donne come te, Maria», salve alle donne capaci del tuo assenso, di una purezza specchiata, veramente salvifica. Non è un caso che nell’Indiano (1981) ci sia un’altra Ave Maria, rifacimento del canto sardo Deus ti salvet Maria — la cui originaria composizione risale al Settecento ad opera di Bonaventura Licheri — e registrata con Mark Harris in un arrangiamento decisamente rock. La centralità che assume la figura mariana, nell’immaginario di Faber, trae origine da una linea fondamentale del suo neorealismo “mistico”, cioè da una promessa di liberazione degli oppressi, di salvaguardia delle minoranze, oggigiorno attuale. Maria «madre per sempre», Maria nella bottega del falegname, Maria sulla via del Calvario, Maria che «chiama amore» il Figlio in croce. Per dirla con Luigi Santucci, è lei «la capofila delle nostre sventure», «la più alta vittima della vita», e dunque il paradigma che meglio rappresenta la «smisurata preghiera» per la conversione di «chi viaggia in direzione ostinata e contraria», le «anime salve», i solitari di Dio. A vent’anni dalla scomparsa del grande cantautore, Mondadori ristampa negli «Oscar Saggi» i suoi diari, Sotto le ciglia chissà (Milano, 2019, pagine 268, euro pagine 240, euro 16), frammenti di un resoconto introspettivo, conservati dal Centro Studi Fabrizio De André presso l’Università di Siena e raccolti da Dori Ghezzi con il patrocinio della Fondazione Onlus, che firma anche la premessa al testo. Cecco Angiolieri, Sartre, Spinoza, Hegel, Adorno, Shakespeare: numerose le presenze culturali e letterarie citate dal genovese, il quale risolve la diatriba canzone-poesia con un aforisma memorabile: «Per quanto c’è di poesia nelle nostre canzoni assolviamo al compito che è però dei poeti, che purtroppo nessuno legge più». I temi affrontati in questo romanzo “tagliato a pezzetti” riguardano gli orientamenti politici di Faber (in particolare, la tensione anarcoide), gli slanci morali e spirituali, le considerazioni irose — un po’ alla Luciano Bianciardi — sulla sperequazione sociale e sulle disuguaglianze, fino a rivolgimenti prospettici inattesi: «L’emarginazione ti sottrae al potere e quindi al fango. Ti avvicina al punto di vista di Dio». Troneggia il magnifico scenario sardo, che pure fu teatro del suo sequestro tra l’agosto e il dicembre del ’79; nondimeno, il paesaggio isolano è descritto con edenico ed emersoniano fervore nel desiderio di una completezza mancata: «La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattromila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso».

Non deve sorprendere, nelle riflessioni deandreiane, la cospicua presenza di Gesù, considerato «il più grande rivoluzionario di tutti i tempi» con una chiosa molto significativa: «Fra la rivoluzione di Gesù e quella di certi casinisti nostrani c’è una bella differenza: lui combatteva per una realtà integrale piena di perdono, altri combattevano e combattono per imporre il loro potere». Cristo ha sofferto per l’uomo tout court, per la dimensione ulteriore che è stata recentemente definita da Elvira Lops (La stanza del re, Raffaelli) «pneumanalitica», ossia comprendente l’umano nella sua interezza. La cristologia di De André — come la sua mariologia — è orientata a rilevare il profilo concreto del «più grande filosofo dell’amore che donna riuscì mai a mettere al mondo», traccia insostituibile di ogni possibile azione rivolta al bene (e «la Radio Vaticana mi ha capito», dichiara in relazione a Si chiamava Gesù). Emergono in sordina il valore della verginità e il modello della maternità, «emblema del sacrificio» contro la sopraffazione maschile. Se il cantautore sceglie la compagnia di Álvaro Mutis preferendo la lettura alla visione di un film, «il più grande testo d’amore che io abbia mai letto» rimane «il Vangelo». Ma l’angolatura è sempre quella di un cavaliere errante, alla perpetua ricerca della trascendenza. Insomma, il cristianesimo di De André è certamente “anarchico”, a tratti provocatorio. Eppure sembrano indiscutibili il varco e l’esigenza dell’assoluto: «In quella terra che amavo e in balia di uomini che non capivo, soggetto a un destino che non mi ero scelto, ho ricominciato a credere, a cercare nella forza di un’entità diversa, superiore a quella umana, il bisogno di Dio. Non so ancora se questa è una mia svolta essenziale o no. È stata fatta in tempi troppo drammatici perché io abbia le idee chiare, ma quel che so è che Dio, anche se in modo ancora informe, dentro di me, ho sentito che c’era».

di Alberto Fraccacreta

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15 settembre 2019

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