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​Margherita Guidacci
e il creato

Tentazione di sant’Antonio

Matthias Grünewald, «L’Altare di Isenheim» (particolare: «Sant’Antonio e San Paolo eremita» a sinistra, «Le tentazioni di Sant’Antonio» a destra; 1512-1516)


Confrontiamo
i nostri terrori, Mathis: quale vogliamo scegliere?
Gettiamo i dadi sul sonno
della ragione e la sua veglia.

Dormiente, come tu la temevi, essa lascia che spuntino
teste d’uccelli rapaci su corpi umani, sia invasa
di viscide ali, gusci, proboscidi, squame
e velli immondi la nostra forma umiliata.

Sveglia, nel freddo delirio che ormai conosciamo,
perfezionato nei secoli che da te ci separano,
non sentinella pigra né complice sbadata,
ma è l’artefice stessa del nostro male:

che, ordito nelle lucide camere della mente
e non più in torbide anse del sangue,
cresce in laboratorio e non nella foresta,
ha per emblema non l’animale ma la macchina,

per armi non più rostri, zanne, artigli,
ma bombe, gas, elettrodi; per ultimo traguardo
non la profonda notte a cui scendono dèmone e belve,
ma un gran sole mortale sul mondo scardinato.

Qualche cosa non muta
dall’antica alla nuova processione
degli incubi: la furia
con cui il male s’avventa, e la caduta
riversa della vittima. Nel suo abbandono esangue
noi ci riconosciamo:
con Antonio anche noi chiediamo aiuto
e come lui tendiamo
lo sguardo in alto, a cercare
in qualche angolo del cielo una risposta —
così difficilmente leggibile.

Visita di sant’Antonio
a san Paolo eremita

Qui basta poco nutrimento:
un solo piccolissimo pane
sfamerà due persone, altri beni
sono più importanti, neppure
la parola è il supremo (o la saggezza
accumulata in lunghi
anni penitenziali) ma un alto,
luminoso silenzio.

Spazioso il giorno, abolisce
ogni confine.
L’anima s’affaccia sulla soglia
della sua carne consunta e riceve
con ugual pace la fraterna visita
d’un monaco o soltanto
il corvo servizievole,
il capriolo che si accuccia
affettuoso contro le vecchie ginocchia.

Le fronde stillano segreti
come nei boschi dell’infanzia, ma nulla ora ci turba.
Non può accaderci alcun male
qui dove l’innocenza si fonde con l’oblio.
Convalescenti della vita, nel riposo
di questa luce dorata,
noi ci sentiamo molto vicini alla guarigione definitiva. 



(Poesie tratte dal terzo ciclo di L’Altare di Isenheim , «Città di Vita», 1978)

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