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Marco e la musa ispiratrice

· ​Sul restauro del Codice purpureo conservato a Rossano Calabro ·

Dai primi giorni di luglio, come abbiamo avuto modo di annunciare (sull’Osservatore Romano del 3 luglio 2016), è possibile ammirare, nel museo diocesano di Rossano Calabro (Cosenza) il celebre Codice purpureo, ora recuperato da un accurato restauro eseguito presso l’Istituto centrale del restauro di Roma, che ha permesso di confermare la manifattura bizantina, forse antiochena, la cronologia, da fissare agli anni centrali del VI secolo, le dinamiche relative all’arrivo del prezioso documento nella cittadina calabra al seguito di un gruppo di monaci greco-orientali o di un alto gerarca bizantino.

L’evangelista Marco (VI secolo)

Le 188 pagine colorate in porpora, attraverso un prodotto vegetale, conservano, oltre a una porzione dei vangeli scritti in onciale aurea e argentea, alcune articolate miniature, che esprimono una raffinata narrazione figurativa ispirata a quell’ellenismo perenne individuato dal grande storico dell’arte Ernst Kitzinger che, per primo, comprese come il repertorio iconografico di invenzione e fortuna ellenistica prosegue, con apparizioni intermittenti, secondo il percorso di un fiume carsico, attraverso tutti i secoli della tarda antichità, per sfociare nel grande estuario bizantino.
Se procediamo alla lettura testuale delle immagini dipinte, sfogliando il prezioso manoscritto bizantino, pari per celebrità alla Genesi di Vienna e al Vangelo sinopense di Parigi, emergono vere e proprie trascrizioni figurate del Nuovo Testamento. Si tratta di 15 miniature ispirate, per lo più, alla passio Christi, ma il vero capolavoro è rappresentato dal ritratto di Marco, che dobbiamo riferire — grazie ai recenti restauri — al momento bizantino e non al medioevo, come è stato ipotizzato nel passato prossimo.
L’evangelista è seduto come un ispirato filosofo su un solenne trono a intreccio vimineo e si china a scrivere il suo vangelo su un lungo rotolo svolto, assistito da una severa matrona dal manto azzurro, secondo le sembianze di una musa ispiratrice, forse la Sophia (la Sapienza).
La scena è incastonata in un singolare e sintetico organismo architettonico sostenuto da due esili colonne scure provviste di capitelli corinzi, sui quali si posa un leggero architrave sormontato dai due apici di altrettanti cibori speculari, ai lati di una larga, variopinta e preziosa nicchia conchigliata. È sintomatico che la singolare struttura echeggi quel fastigium argenteum e quelle camerae fulgentes, che il Liber Pontificalis romano riferisce alle fabbriche costantiniane del Laterano e del Vaticano, guardando fatti e monumenti proprio dall’osservatorio cronologico del VI secolo, proiettando qualche cono d’ombra sulla collocazione cronologica di alcune imprese pontificie, disinvoltamente attribuite a Papa Silvestro.
Ma torniamo alle vignette del codice rossanense, per fermarci al “fregio continuo” che rappresenta il colloquio del Cristo con i sacerdoti del tempio, come viene riferito dal secondo capitolo di Giovanni. Il tempio è rappresentato schematicamente sulla sinistra, per mezzo di un colonnato entro cui si collocano i protagonisti della cacciata dei mercanti dal cortile.
Più suggestiva appare la miniatura, che raffigura il Cristo che assurge a protagonista di una tragica e articolata resurrezione di Lazzaro. Gesù, in tunica purpurea, pallio aureo e nimbo dorato alza la mano destra nel gesto della parola per ordinare all’amico defunto: «Lazzaro, alzati e cammina».
Il Cristo è accompagnato dal serrato manipolo dei discepoli, mentre le sorelle Marta e Maria si inginocchiano per chiedere la grazia. Altri giovani pregano il Maestro, affinché compia il miracolo, mentre, all’estrema destra, da un sepolcro rupestre, e non da un mausoleo, come riscontriamo nell’iconografia occidentale, esce Lazzaro, ancora fasciato e accompagnato da un giovane, che si copre il naso con la veste per non avvertire il cattivo odore della decomposizione. La scena si propone come un cortometraggio e unisce, in una sola soluzione figurativa, i due momenti della narrazione evangelica, relativi rispettivamente all’accorata richiesta del miracolo e alla realizzazione del prodigio, secondo una dinamica figurativa tipica, appunto, del “fregio continuo”.
Ispirata al cerimoniale imperiale risulta la pagina istoriata con il processo di Cristo davanti a Pilato. Nella porzione superiore si distende la dettagliata narrazione dell’esordio del processo, con Pilato seduto in trono, al centro della rappresentazione, tra due cortigiani che sorreggono altrettanti ritratti. Da sinistra sopraggiunge il Cristo, che incede verso Caifa e Anna, mentre, a destra, un impassibile gruppo di uomini astanti completano il registro.

di Fabrizio Bisconti

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25 marzo 2019

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