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Marchi di fabbrica

· La mostra "Made in Roma and Aquileia" ·

Mettere in rilievo e far apprezzare l’importanza dei marchi e dei segni di fabbricazione e di possesso nel mondo antico: è questo l’obiettivo della mostra Made in Roma and Aquileia, fino al 31 maggio al palazzo Meizlik di Aquileia, organizzata dalla Fondazione Aquileia e dal Museo archeologico nazionale, sviluppando un’idea della soprintendenza capitolina. L’esposizione, che si pone sulla scia della mostra Made in Roma svoltasi, nei mesi scorsi, ai Mercati Trajanei, muove da una consapevolezza ben radicata: i prodotti della regione Friuli-Venezia-Giulia, di cui Aquileia ha costituito per secoli una basilare punto di riferimento, hanno un grado eccellenza che si ricollega idealmente a duemila anni di storia e a una cultura della produzione che ha radici profonde nel mondo romano. 

Lucerna con una forma per il vetro (primo secolo dell’era cristiana)

Ciò significa, spiega nel catalogo della mostra Antonio Zanardi Landi, presidente della Fondazione Aquileia, che «se in Friuli Venezia Giulia e nei territori vicini operano con successo, riconosciuto a livello mondiale, grandi produttori di acciai speciali e di ferro, grandi artisti del vino, avanzatissimi produttori di medicinali, orafi di grande successo, fantasiosi artisti del vetro, tutto questo non è un caso. Il successo di oggi — sottolinea Zanardi Landi — va ricollegato a una ricerca di eccellenza iniziata in queste terre ancora prima della nascita dell’Impero e quando buona parte d’Europa era ancora abitata da popolazioni nomadi e con un’economia di sussistenza». Tale concetto è importante anche oggi ma lo è ancora di più per il futuro. «La globalizzazione — rileva il presidente della Fondazione Aquileia — ha operato trasformazioni irreversibili nei mercati e sempre più difficile sarà per l’occidente far fronte a sfide e alla concorrenza di paesi con costi della manodopera molto più bassi e con popolazioni in rapida crescita». E quindi l’unico modo per «riuscire vincenti» in questo scenario è rappresentato da una combinazione tra ricerca e innovazione, nonché dalla garanzia della qualità del prodotto. L’aver quindi dedicato una mostra «a temi così sensibili e vicini al tessuto produttivo della regione», sottolinea Zanardi Landi, serve anche a focalizzare l’attenzione su uno dei principali obiettivi perseguiti dalla Fondazione Aquileia: quello di costituire un elemento di sviluppo, anche economico, dell’intero territorio.

Nel rivalutare l’importanza dei “marchi di fabbrica” l’esposizione abbraccia un panorama che spazia da Aquileia all’Urbe, e dall’Urbe alle province dell’Impero. È una rivalutazione che trae forza dal luogo da cui scaturisce, appunto Aquileia, centro politico, economico, commerciale, nonché crocevia di popoli e culture in quanto punto vitale dei rapporti tra area mediterranea e continentale.
Sono numerosi i temi che scandiscono il percorso della mostra: l’industria del laterizio e i bolli doliari a Roma in età imperiale; le modalità per marchiare il vetro; iscrizioni e sigilli della farmacopea romana; il marchio relativo a marmi e a pietre; l’arte di Esculapio, medici, medicina e farmaceutica ad Aquileia; l’instrumentum inscriptum ad Aquileia, la lucerna aquileiese in terracotta. E non manca un aspetto che sa tanto di attualità, e che per questo desta particolare interesse: ovvero l’antropologia del tatuaggio, nell’ottica di un'identità che l'uomo cerca di riscrivere su se stesso, sulla sua pelle. Al riguardo la mostra fornisce interessanti informazioni che probabilmente sono ignote ai più. Il tatuaggio ha conosciuto diffusione e visibilità in Europa verso la metà dell’Ottocento, con le esposizioni di tatuati nei circhi e nelle fiere grazie alla “riscoperta”, nel 1769, da parte del celebre esploratore e navigatore britannico James Cook, il quale, di ritorno di un viaggio dalle isole del sud del Pacifico, trascrisse per la prima volta la parola tattow. Dal termine indigeno tatu o tatau, fa riferimento al suono prodotto dal picchiettio del legno sull’ago impiegato per forare la pelle. Tattow entrò definitivamente nel vocabolario inglese riscritto come tattoo per giungere infine in Italia come tatuaggio. Desta particolare interesse anche il capitolo della mostra sul lavoro delle donne nella produzione laterizia. Come scrive Alessandria Balelio nel catalogo, il ruolo femminile nell’economia romana è un fenomeno poco conosciuto a causa del silenzio quasi totale delle fonti letterarie. Ma approfondite ricerche hanno permesso di scoprire come in realtà il contributo delle donne in questo ambito abbia rivestito un ruolo assai significativo. Per esempio i marchi di fabbrica dell'opus doliare attestano una notevole presenza femminile nelle figlinae, settore fondamentale in età imperiale in virtù dello sviluppo della grande edilizia pubblica urbana. I bolli riportano i nomi di molte donne di casa imperiale: le Augustae Pompeia Plotina, Sabina, Annia Galeria Faustina Minor. Ma le donne appartenenti all’élite imperiale non erano le sole a rivestire un ruolo importante nell'industria laterizia. Per il secondo e terzo secolo si conoscono infatti circa 150 nomi di domini figlinarum: cinquanta erano donne. In questo scenario spicca il nome di Flavia Seia Isaurica, dell’ordine senatorio: ella rappresenta ante litteram la figura dell’imprenditrice di successo, in qualità di prima produttrice di mattoni nella sua famiglia.

di Gabriele Nicolò

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24 agosto 2019

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