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Marawi deve risorgere

· A colloquio con il vescovo prelato de la Peña a due anni dall’occupazione jihadista ·

«Siamo addolorati. Marawi è ancora un città ferita e sanguinante, come la sua gente. È una città fantasma e la ricostruzione incontra tante difficoltà. Urge uno sforzo di buona volontà di tutti: dello Stato, dei donatori, delle organizzazioni non governative. Marawi deve risorgere»: è l’appello accorato di monsignor Edwin A. de la Peña, vescovo della prelatura territoriale di Marawi, nella provincia di Lanao del Sur, sull’isola filippina di Mindanao. In un colloquio con «L’Osservatore Romano», il vescovo parla del futuro della sua città, abitata per larga maggioranza da musulmani di etnia maranao, che nel 2017 fu occupata dai jihadisti del gruppo Maute, legato al sedicente stato islamico (Is). I terroristi, in una clamorosa azione militare che colse di sorpresa gli apparati di sicurezza filippini, misero in fuga la popolazione locale e issarono in città la bandiera nera dell’Is. La riposta dell’esercito filippino fu dura: i militari presero d’assedio Marawi, la bombardarono, anche grazie al supporto dell’intelligence statunitense, e condussero una battaglia “porta a porta” per liberarla dagli estremisti islamici che ne avevano assunto il controllo, catturando anche degli ostaggi. L’assedio, protrattosi per ben cinque mesi, costrinse oltre centomila residenti ad abbandonare le proprie case e a vivere da sfollati interni, nelle aree circostanti: alcuni in alloggi temporanei costruiti dal governo, altri trovarono ospitalità dai parenti, altri in tende.

A due anni dalla cruenta battaglia di Marawi, le organizzazioni umanitarie hanno lanciato l’allarme denunciando la lentezza della ricostruzione. Il Comitato internazionale della Croce rossa (Icrc) ha rilevato le drammatiche condizioni di centomila senzatetto, molti dei quali senza una fonte di reddito e con un accesso limitato all’acqua potabile e all’assistenza sanitaria. «Ci sono ancora persone nelle tende che possono contare solo sugli aiuti umanitari. Tutti aspettano una soluzione», ha detto Martin Thalmann, capo della delegazione della Croce rossa nelle Filippine, notando anche «l’urgenza di assistenza psicologica perché in tanti hanno subito gravi traumi».

«Gli sfollati desiderano tornare a casa, ma una vasta area centrale della città, quella soprannominata “ground zero”, è ancora del tutto inagibile» spiega il vescovo. «Il processo di ricostruzione ha incontrato molti ostacoli fin dal principio: a partire dalle ditte che dovevano ripulire l’area dalle macerie o abbattere gli edifici pericolanti. Il governo si è impegnato a ricostruire tutti gli edifici pubblici, ma per quelli privati non vi è ancora chiarezza sul da farsi», nota. «Anche la cattedrale, nel cuore della “zona rossa”, è inagibile. Attendiamo che i donatori ci aiutino a ricostruirla. Solo Dio sa quando potremo inaugurarla nuovamente e celebrare la santa messa», dice con voce sofferta monsignor de la Peña. Il presule per ora soggiorna nella parrocchia di Santo Tomas, fuori città, e si prende cura dei circa 36.000 cattolici della prelatura. Tra loro vi sono i circa duemila cattolici che risiedevano a Marawi, che «stanno incontrando la solidarietà e l’aiuto di fedeli cristiani e musulmani», ma che da troppo tempo, con grande sofferenza, mancano dalle loro abitazioni. «E non è chiaro se e quando potranno rientrare», afferma con preoccupazione, invitando le istituzioni a «compiere uno sforzo perché Marawi possa tornare al suo antico splendore. È nostra intenzione avere un colloquio con il presidente Rodrigo Duterte, che due anni fa si impegnò per liberare Marawi. A lui chiediamo una scossa, perché soggetti pubblici e privati possano finalmente dare una svolta al processo di ricostruzione della nostra amata città». Tuttavia, osserva il vescovo, «il Signore è capace di trarre il bene dal male: questa tragedia, infatti, ha generato profonda solidarietà e vicinanza umana e spirituale tra cristiani e musulmani di Marawi. Le famiglie hanno condiviso la stessa sorte dello sfollamento, si aiutano nelle difficoltà e nel bisogno, curano insieme l’istruzione e la crescita dei bambini. Tutto questo ci infonde speranza perché, nella provvidenza di Dio, la gente di Marawi si ritrova con un significativo patrimonio di buone relazioni interreligiose, di reciproca conoscenza, di solidarietà e pacifica convivenza. Ci servirà per il futuro».

Il vescovo de la Peña conclude lanciando un appello «alla generosità dei donatori privati e delle organizzazioni non governative, per aiutare Marawi a risorgere e riprendere il suo cammino. Siamo certi che in futuro questa ferita, che non sarà dimenticata, potrà rimarginarsi ed essere un monito per tutti nelle Filippine del sud: la violenza e l’estremismo portano solo morte, odio, distruzione. Coltiveremo nella nostra terra pace e fraternità».

di Paolo Affatato

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18 agosto 2019

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