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Mappa degli orrori

· ​Tratta e sfruttamento nel XXI secolo ·

Storie, nomi e numeri che si intrecciano in una trama infernale, tessuta ogni giorno sulla pelle di oltre ventuno milioni di persone. Tante, probabilmente molte di più, sono oggi le vittime della tratta, schiavi contemporanei che, diventando merce di un business illegale tra i più redditizi, valgono circa 32 milioni di dollari l’anno. «Non più schiavi, ma fratelli» ha chiesto con forza Papa Francesco, puntando il dito contro «un’attività ignobile, vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate». 

Eppure Stati e individui — ovunque — sembrano non sapere, sottovalutano, ignorano, spesso avallano: «è evidente che non c’è ancora una reale presa di coscienza a livello mondiale della gravità di questa piaga e non ci sono volontà politiche, impegno e misure adeguate per contrastarla». A denunciarlo l’ultimo libro di Anna Pozzi Mercanti di schiavi. Tratta e sfruttamento nel xxi secolo (Milano, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 215, euro 14,50), una mappa degli orrori da cui emerge un fenomeno fluido e opaco, in continua e rapida espansione. Prostituzione e lavoro forzato (gli ambiti principali), traffico di organi, adozioni illegali, gravidanze surrogate, accattonaggio forzato, servitù domestica, reclutamento di bambini soldato. Crimini che non risparmiano nessun Paese, sia esso di provenienza delle vittime, di transito o di destinazione. La persona trafficata viene sempre trattata alla stregua di proprietà privata, mentre le vengono tolti non solo la dignità, ma il diritto all’autodeterminazione. 

Quasi tre quarti di questi schiavi sono donne e — dramma nel dramma — elevatissima è la percentuale di minori: il 21 per cento le bambine, il 12 per cento i bambini. L’autrice, giornalista che da anni si occupa di queste tematiche e che, con suor Eugenia Bonetti, è stata tra le fondatrici dell’Associazione «Slaves no More», fornisce dati e statistiche a largo raggio passando in rassegna tutte le aree geografiche maggiormente interessate e, allo stesso tempo, declina i numeri in storie, volti e testimonianze di sconvolgente umanità.
Racconta di Kodeja, una bimba del Bangladesh data in sposa quando frequentava la quinta elementare e picchiata regolarmente dal marito perché la sua famiglia era in ritardo con il pagamento della dote. Presenta al lettore Promise che dopo essersi lasciata alle spalle, in Nigeria, una famiglia disastrata, una violenza sessuale e un aborto, si è ritrovata drogata in Libia, costretta a prostituirsi, picchiata e minacciata dal suo padrone con i fili della corrente. Dà voce a Ilona, una giovanissima rumena che con molte altre donne è stata tenuta prigioniera in un appartamento di Milano e sfruttata come prostituta, con la minaccia di fare del male a lei e ai suoi familiari, «perché lui conosceva tutti al mio paese».
In comune queste donne hanno un passato di disperazione e ignoranza. «Il fenomeno della tratta — scrive Pozzi — è anzitutto un problema culturale». In numerosi contesti, i maggiori complici dei trafficanti sono l’analfabetismo e la disinformazione. Molte famiglie e molte donne si fidano degli aguzzini che, a differenza del passato, per attirare la preda nella loro rete spesso non ricorrono subito alla violenza, ma usano come armi le promesse (di una vita migliore, di un’istruzione per i più piccoli, di un lavoro) e la seduzione (finti corteggiatori che convincono le vittime a seguirli). Anche all’interno delle società del benessere che finanziano e incoraggiano i traffici — dieci milioni al mese le prestazioni richieste alle prostitute — la tara è culturale: «all’idea sempre più condivisa che tutto possa essere acquistato, anche un’altra persona», si uniscono residui di maschilismo e sessismo, ancestrali dinamiche di possesso e di potere e la comoda ipocrisia di pensare che non abbiamo davanti dei perseguitati, ma delle giovani in cerca di facili guadagni sulla strada, dei ladruncoli perdigiorno o delle braccia da usare a basso costo sui nostri campi di pomodori.
Più gli individui sono vulnerabili, maggiori sono il rischio e il livello di sfruttamento. Diabolico dunque l’intreccio tra il fenomeno della tratta e il traffico di esseri umani. Un intreccio che, usando le parole pronunciate da Papa Francesco alla vigilia del suo viaggio a Lesbo, sta causando «la catastrofe più grande dopo la Seconda Guerra Mondiale». Sulle rotte della disperazione, tra i migranti che provano ad attraversare il Sahara o il Mediterraneo, gli schiavisti commettono indisturbati i peggiori abusi. «E di fronte a tutto questo — denuncia Pozzi — i governi dei Paesi attraversati da migliaia di persone in condizioni sempre più difficili, sembrano fare a gara a chi meglio riesce a chiudere le porte. A tutto vantaggio dei trafficanti che alzano il prezzo per facilitare vie alternative». La speranza, «la luce contro la tratta», viene allora dalla fitta rete di solidarietà di tanti uomini e donne che considerano il dovere all’accoglienza una questione di civiltà e non solo un atto caritativo. Da oltre vent’anni la Chiesa e in particolare Caritas diocesane e congregazioni religiose femminili sono in prima linea in questa battaglia che è fatta soprattutto di sensibilizzazione. Nel 2014, con il forte sostegno del Papa, è stata istituita la Giornata mondiale ecclesiale contro la tratta. La data scelta è l’8 febbraio in cui la Chiesa celebra e ricorda santa Bakhita, piccola schiava sudanese che, liberata dalle sue catene, è diventata modello e conforto per chiunque venga privato della libertà e trasformato in merce. 

di Silvia Gusmano

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24 agosto 2019

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