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Manuale di pittura

· Raddoppia la superficie espositiva degli Uffizi ·

La realizzazione del progetto “Nuovi Uffizi” e cioè il raddoppio della superficie espositiva del più importante museo italiano con l’occupazione, il restauro, le messe a norma e l’allestimento del primo piano dell’edificio vasariano, procede con buona speditezza.

In sua fine omnis motus celerior recita uno dei principi fondamentali della cinetica. Bisogna riconoscere che dal 2006, attraverso parecchi governi e altrettanti ministri dei Beni culturali, il progetto museografico ha conosciuto una accelerazione importante. Dopo mezzo secolo di studi, di ripensamenti, di rettifiche, oggi dobbiamo constatare che buona parte dei dipinti fino a ieri invisibili perché custoditi nei depositi, sono offerti al pubblico godimento.

Le circa quaranta sale aperte fino a pochi anni fa, sono diventate più di cento. Anche se la endemica scarsità di personale di custodia obbliga a tenerle aperte solo in parte e a rotazione.

La rimodulazione in atto degli Uffizi raddoppia la superficie calpestabile e gli spazi espositivi, dà spazio a settori collezionistici tenuti fino ad oggi in riserva, ma non vuole certo modificare quegli assetti museografici che sono da considerare “identitari”, espressioni esemplari cioè di un museo costruito da cinque secoli di storia. Ci sono settori degli Uffizi che nessuno potrà mai toccare se non per ragioni di restauro e di manutenzione. Farlo significherebbe colpire al cuore l’immagine storica della Galleria.

Questi luoghi immodificabili sono in primis i Corridori o Galleria delle Statue, la strada aerea nella quale si realizza il mirabile rispecchiamento (è un prodigio possibile solo agli Uffizi) fra la bellezza che sta fuori dei finestroni e occupa la città con i ponti sull’Arno, con il Colle di Belvedere, con la cupola del Brunelleschi e la Torre di Arnolfo, con le nuvole e con la luce di Firenze, e la bellezza affidata ai capolavori pittorici (di Piero della Francesca, di Botticelli, di Leonardo, di Raffaello, di Caravaggio) che sta dentro il museo.

Ancora, luoghi identitari e perciò immodificabili, sono la “Tribuna”, gloriosa Wunderkammer dei Medici, la Sala della Niobe che Pietro Leopoldo di Lorena, alla fine del Settecento, volle decorata di stucchi bianchi e dorati per ospitare il gruppo scultoreo che stava a Villa Medici di Roma e che, nella sua raffinata eleganza neoclassica, fa pensare alla Vienna di Maria Teresa o alla San Pietroburgo di Caterina.

Luogo identitario è anche quel blocco di sale che sta all’inizio del percorso espositivo e che tutti conoscono come Sale dei Primitivi o “delle Maestà”.

Ci lavorarono, negli anni Cinquanta dello scorso secolo, tre grandi architetti italiani: Carlo Scarpa, Giovanni Michelucci, Ignazio Gardella. Di quel allestimento, nel 1957, così ne parlava l’allora direttore degli Uffizi Roberto Salvini: «Un gusto di alta ma non povera semplicità e di sommessa eleganza, uno spirito di chiara modernità scevra da modernistici compiacimenti, una disposizione delle opere d’arte, in armonia con i valori spaziali dell’ambiente». Non si poteva dire meglio. Dovendo dare cornice museografica alle opere che segnano l’origine della lingua figurativa degli italiani e cioè alle tre pale di Cimabue, di Duccio di Buoninsegna e di Giotto, così da esaltare il momento storico che vede la pittura passare «dal greco al latino», come scriveva Cennino Cennini, e diventare idioma romanzo, Scarpa, Michelucci e Gardella immaginarono un ambiente che fosse analogico di uno spazio sacro antico; uno spazio commentato e quasi costruito da niente altro che dal bianco intonaco e dalla luce.

Il risultato è uno dei capolavori assoluti del razionalismo museografico novecentesco, pubblicato su tutti i manuali insieme al museo di Castelvecchio a Verona, alla Galleria di Palazzo Abatellis a Palermo, alla Gipsoteca canoviana di Possagno.

Il 20 aprile scorso, questa parte degli Uffizi è stata aperta al pubblico dopo un restauro: sono stati adeguati gli impianti speciali e i sistemi di climatizzazione, sostituiti i lucernari esterni e rinnovati quelli interni, migliorata la luce, così che quella artificiale di tipo indiretto viene a integrare o a sostituire l’illuminazione naturale quando insufficiente o mancante. Quattordici nuove opere vengono a integrare il vecchio ordinamento. Nelle Sale delle Maestà a tener compagnia al loro maestro Giotto, ci sono i pittori che per primi ne adottarono lo stile fondato sulla scoperta del vero nella certezza dello spazio misurabile: Pacino di Buonaguida, Lippo di Benivieni, il cosiddetto “Maestro della Santa Cecilia”.

di Antonio Paolucci

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25 agosto 2019

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