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Manifesto
per la dignità del lavoro

· In un simposio internazionale ispirato alla «Laudato si’» presso la sede Unesco a Parigi ·

«Quale lavoro per una transizione ecologica e solidale» è il titolo del manifesto presentato nei giorni scorsi in occasione di un simposio internazionale su lavoro e transizione ecologica svoltosi presso la sede dell’Unesco a Parigi. L’iniziativa, promossa in particolare dal Centre de recherche et d’action sociales (Ceras) dei gesuiti francesi, rientra nel più ampio progetto denominato «The future of work, Labour after Laudato si’» elaborato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), in collaborazione con un network mondiale di cui fanno parte una trentina di organizzazioni, cattoliche e laiche, come Caritas Internationalis, Justitia et Pax, International catholic migration commission (Icmc), Oxfam e Indian social institute. Il manifesto è stato reso pubblico proprio nei giorni del quarto anniversario dell’enciclica Laudato si’, punto di riferimento nei passi in cui parla delle crisi sociale e ambientale, considerate conseguenza della cultura dello scarto, della tecnocrazia e di un antropocentrismo distorto, e in quelli relativi alla tutela del lavoro «parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano».

Il documento ha preso forma due anni fa, grazie a un gruppo internazionale di una trentina di attori sociali (ong, associazioni, centri di ricerca e azione sociale, sindacati, movimenti religiosi) che, convogliando le proprie forze in un processo di ricerca-azione teso al concetto di lavoro come parte integrante della transizione ecologica, sono giunti a formulare diverse osservazioni e raccomandazioni comuni. E ciò prendendo spunto principalmente dalla dottrina sociale della Chiesa cattolica, che pone le relazioni al centro della sua visione antropologica, da innumerevoli rapporti pubblicati dall’Oil tra il 1919 e il 2019 e dall’esperienza maturata sul campo dai partecipanti. In tale contesto la questione del lavoro nella transizione socioecologica chiede un cambio di paradigma: come promuovere un sistema in cui il lavoro sia dignitoso, giusto ed ecologicamente sostenibile per tutti gli uomini e le donne? Il fatto che i lavoratori di tutto il mondo soffrano le conseguenze della crisi socio-ambientale impone un inevitabile ripensamento sul significato più profondo del termine “lavoro” ma anche una presa di coscienza della sua materialità e del legame esistente tra essere umano e natura.

«Insieme rivolgiamo a tutte le parti in causa un appello a difendere e promuovere la disponibilità di lavoro dignitoso per tutti, ora e per le generazioni future», è scritto nel manifesto. «Questa domanda di lavoro dignitoso e sostenibile richiede il rispetto della dignità umana, della giustizia sociale e ambientale, della promozione del bene comune, della qualità del lavoro e della solidarietà sociale ed ecologica». Per quanto riguarda il primo punto, la dignità umana è considerata «inalienabile e, poiché tutti la condividiamo, è il fondamento della vita sociale. La sua radice è il carattere sacro della persona, che ne è il principio fondatore. La promozione della dignità umana sul lavoro va al di là della questione della retribuzione economica, ma anche al di là del rispetto o della semplice promozione del “lavoro dignitoso”. Implica la difesa dei diritti universali dei lavoratori, la promozione di un lavoro “che dà dignità”, cioè di un lavoro che onori e rispetti la dignità umana sostanziale e inalienabile, e che, in un certo senso, accresca quella che si potrebbe chiamare “dignità relativa” che dipende dalle condizioni di vita».

La difesa della giustizia sociale e ambientale è il secondo principio affrontato, «uno dei più minacciati nel mondo del lavoro. Giustizia sociale significa: stabilire condizioni di lavoro dignitose; salari dignitosi per tutti; limitare i divari salariali tra dipendenti e dirigenti; attuare e applicare un diritto del lavoro giusto ed equo; riconoscere e sostenere i sindacati; prendersi cura dei rapporti consumatore-produttore, in particolare attraverso la tracciabilità sociale; promuovere l’uguaglianza di genere (parità di trattamento, di condizioni di lavoro, di retribuzione e di opportunità)» garantendo così una vera e propria rinascita della persona.

A partire dal secolo scorso, prosegue il documento, la cosiddetta giustizia sociale «si è concentrata sulla distribuzione della ricchezza. Da questo punto di vista, il primo diritto fondamentale da rispettare è quello a godere dei frutti del proprio lavoro. Inoltre, i rifiuti, il cambiamento climatico e l’inquinamento ci costringono a tenere conto dell’ambiente quando parliamo delle persone più fragili ed escluse, che sono più esposte agli effetti del degrado ambientale. Prendere in considerazione le disuguaglianze ambientali significa dare a tutti l’accesso a un ambiente sano e il diritto di emigrare dalle aree insalubri e inquinate». Viene sottolineata poi l’importanza di estendere la giustizia sociale a tutti i tipi di lavoro (informale, domestico, volontario) con il giusto riconoscimento nei sistemi giuridici e «la creazione di nuove istituzioni, utilizzando processi ibridi e collaborativi».

Terzo punto preso in considerazione è la cura del bene comune, che «è più dell’interesse generale: è “il bene di tutti noi”. Nella nostra condizione peculiare di interdipendenza globale, la questione si pone con particolare urgenza. Il nuovo paradigma che sosteniamo e che punta a fare in modo che il lavoro rispetti i limiti sociali e ambientali, solleva nuove domande sul bene comune, sulla privatizzazione della terra e delle risorse naturali e sui meccanismi finanziari. Una cosa è certa: il valore economico non esaurisce il bene comune». Tali principi però rivestirebbero un’importanza relativa se mancasse la qualità nell’impiego. «Prestare attenzione alla qualità del lavoro svolto significa permettere a tutti di essere orgogliosi del proprio lavoro, anche se difficile. La dignità dei lavoratori aumenta quando il loro lavoro ha senso. La sicurezza sanitaria e ambientale sono particolarmente necessarie per un lavoro di qualità. Inoltre, un “lavoro ben fatto” non è solo sinonimo di risultato di qualità, ma dipende anche da risorse e condizioni di lavoro accettabili». Il manifesto si conclude con un richiamo alla necessità di difendere la solidarietà sociale e ambientale. «Solidarietà significa che siamo responsabili gli uni per la vita e il benessere degli altri. Tutti dovrebbero avere accesso alle risorse e nessuno dovrebbe essere esposto più di altri all’inquinamento o al degrado dell’ambiente. Ma la solidarietà vale anche nei confronti degli esseri non umani, di cui dobbiamo prenderci cura, se non altro perché la loro esistenza ci permette di svilupparci». Solo così potremo essere consapevoli del nostro destino comune.

di Rosario Capomasi

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17 agosto 2019

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