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Manifestazione
imponente e pacifica

· A Hong Kong oltre un milione e mezzo di persone in strada ·

Più che mai imponente e pacifica la manifestazione di ieri a Hong Kong: nell’undicesimo fine settimana consecutivo di proteste si sono riversate nelle strade più di un milione e mezzo di persone, un numero superato soltanto dalla marcia del 16 giugno quando scesero in strada in due milioni. Non ci sono stati fortunatamente scontri con le forze dell’ordine, dopo i violenti episodi della scorsa settimana all’aeroporto che hanno provocato feriti e arresti. Il corteo ha sfilato sotto un letto di ombrelli colorati, nonostante le restrizioni decise dalla polizia, la pioggia torrenziale e il monito rappresentato dal raduno delle forze paramilitari cinesi nella vicinissima Shenzhen.

Il movimento di protesta, che ha preso il via all’inizio di giugno in reazione all’annuncio della legge sull’estradizione in Cina — poi sospesa ma non annullata — prosegue sotto la sigla Civil Human Rights Front e ha ormai da settimane l’obiettivo di rivendicare maggiore democrazia a Hong Kong. Un mese fa il movimento ha avanzato cinque richieste senza ottenere risposte: ritiro definitivo della legge sulle estradizioni, dimissioni della governatrice Lam, revisione della definizione «rivolta» per le manifestazioni, inchiesta indipendente sulla dura reazione della polizia e la liberazione degli arrestati.

La polizia ieri ha parlato di 128.000 partecipanti al momento di massima affluenza, ma le immagini mostrate dalle reti televisive e dai social network hanno palesato la marea compatta di ombrelli che ha dato vita nel pomeriggio ai diversi cortei, peraltro non autorizzati, di cui quello più grande ha attraverso il centro della città. Una scena che ha ricordato le immagini del primo luglio 2014, quando, nel diciassettesimo anniversario della restituzione di Hong Kong alla Cina, nell’isola venne organizzata una manifestazione per chiedere più autonomia: fu l’inizio della cosiddetta «Rivoluzione degli ombrelli», usati allora per difesa dagli spray al peperoncino e dai gas lacrimogeni utilizzati dalla polizia.

La situazione dunque resta tesa e ha ricadute sull’economia. La Borsa di Hong Kong ha perso oltre 600 miliardi di dollari (-12 per cento) di capitalizzazione dall’impennata degli scontri di inizio luglio. Il Pil è cresciuto di appena lo 0,6 per cento nel secondo trimestre con previsioni ancora più nere per l’intero anno fino alla recessione.

Dalla Cina, la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, ha dichiarato che le proteste «hanno calpestato senza alcun riguardo lo stato di diritto e l’ordine sociale, hanno seriamente minato la stabilità e la prosperità di Hong Kong e hanno apertamente sfidato la linea di fondo del principio “un Paese, due sistemi”». Un intervento che segue il monito giunto nei giorni scorsi attraverso i media ufficiali, ovvero che l’uso della forza è un’opzione.

Dagli Stati Uniti è intervenuto nuovamente Donald Trump: «Sono per la democrazia, sono per la libertà. Mi piacerebbe vedere che tutto si risolvesse in modo umano», ha affermato il presidente, aggiungendo: «Sarebbe molto più difficile per me fare un accordo commerciale» nel caso in cui il presidente cinese Xi Jinping «facesse qualcosa di violento a Hong Kong».

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