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Mani tese
per la carità e l’unità

· Nel carisma e nelle opere delle suore brigidine ·

Anche il centro di Roma, addirittura il cuore dell'Urbe, come piazza Farnese, può essere una periferia, luogo privilegiato in cui incontrare e aiutare i fratelli che sono nel bisogno. Lo sanno bene le suore dell’ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida, che ogni giorno sentono bussare alla porta del loro convento, nel rione Regola, decine di poveri e di senzatetto. Così come nelle periferie della città eterna e in quelle più estreme di Cuba, le religiose con l’abito grigio e il caratteristico velo nero sovrastato da una corona di lino bianco a forma di croce, portano avanti nello spirito della fondatrice, santa Maria Elisabetta Hesselblad, il carisma della mistica svedese canonizzata da Bonifacio IX e proclamata da Giovanni Paolo II compatrona d’Europa. Ne abbiamo parlato, in questa intervista a «L’Osservatore Romano», con madre Elisa Famiglietti, per lunghi anni vicaria generale dell’ordine, in occasione della festa liturgica di santa Brigida, che ricorre il 23 luglio.

Quali sono le peculiarità della spiritualità brigidina?

Anzitutto l’impegno per l’unità della Chiesa, quanto mai necessario al giorno d’oggi. In tutti i tempi la Chiesa ha avuto dei travagli enormi, ma in questo momento così difficile e di tanti attacchi alla Chiesa, Brigida continua a far sentire la sua voce. E noi, sue eredi, ci sentiamo di vivere lo spirito che la animò incarnandolo nel nostro tempo per difendere la Chiesa con la preghiera, la penitenza, i piccoli sacrifici offerti in riparazione. Questo perché il nostro primo dovere è pregare per la Chiesa e per il Papa. È stato il motivo fondamentale che nel lontano quattordicesimo secolo ha spinto Brigida a venire a Roma: lavorare per l’unità della Chiesa. E ancora oggi la santa ci richiama all’unità. È questa la spiritualità ripresa poi da santa Maria Elisabetta Hesselblad, nel 1911, per rifondare il nostro ordine. Morta a Roma nel 1957, è stata beatificata da Giovanni Paolo II durante l’Anno santo del 2000 e canonizzata da Papa Francesco, durante il giubileo della misericordia, il 5 giugno 2016.

Perché Brigida affrontò un lungo viaggio per giungere fino alla tomba di Pietro?

Brigida venne a Roma alla vigilia dell’Anno santo del 1350. I motivi che la animarono furono, in primo luogo, per far approvare la regola del suo ordine e poi per far ritornare il Papa da Avignone. È importante ricordare il lavoro della santa per il ritorno del Pontefice. Prima ancora di santa Caterina da Siena, santa Brigida aveva scritto al Papa perché lasciasse l’enclave avignonese. In effetti, Urbano V rientrò a Roma quando la santa si trovava in città, ma rimase per poco tempo, prima di fare ritorno nella Francia meridionale. Nel tempo in cui rimase a Montefiascone però approvò la regola che gli aveva presentato santa Brigida.

Siete, quindi, un ponte tra la Svezia e l’Urbe come vi definiva Paolo VI?

Papa Montini è stato un grande amico dell’ordine, come i suoi successori. Ci ha definite «ponte di unione fra Roma e la nobile Svezia, fra la Chiesa cattolica e le Chiese luterane del Nord Europa». Siamo ponte per l’unità. Le nostre case sono aperte proprio a scopo ecumenico. Non sono alberghi. La nostra fondatrice madre Hesselblad voleva che si chiamassero case, perché ognuno potesse sentirsi come nella propria dimora. Lì possiamo dare la nostra testimonianza dell’umile servizio ai fratelli. Infatti, il nostro comune obiettivo è lavorare per Cristo e per l’unità.

Anche la casa di piazza Farnese ha questo ruolo?

A Roma siamo un punto di riferimento per le comunità della riforma. Paolo VI ci concesse di aprire una cripta proprio sotto la nostra chiesa per ospitarvi i luterani. È l’ambiente dove un tempo si trovava la cantina. Ogni domenica vi si celebra il giorno del Signore secondo il culto luterano. È molto frequentato dai numerosi svedesi che vivono nella capitale e nei dintorni. Ma la nostra chiesa è visitata giornalmente da molti pellegrini di passaggio che provengono dai paesi del Nord Europa. Vengono per visitare le stanze in cui visse santa Brigida. La nostra casa è così diventata un punto di riferimento storico e spirituale. Attualmente, vi hanno sede la casa generalizia, il noviziato, lo juniorato e la formazione e vi risiedono una trentina di suore.

Come è nata questa comunità?

Madre Hesslblad, quando ancora viveva in Svezia, aveva avuto una visione, forse un sogno, in cui si vedeva affacciata da una finestra che dava su una piazza romana. Cosa molto particolare, perché non era mai stata a Roma. Quando anni dopo venne con delle amiche e prese una carrozza per farsi portare in piazza San Pietro, il cocchiere prima di condurla alla basilica, le fece vedere piazza Farnese e Campo dei fiori. Nel passare, lei riconobbe la finestra che aveva visto in sogno. Scese dalla carrozza, entrò nella cappella e sentì una voce forte che le diceva: “è qui che io ti voglio”. E a quel tempo era ancora protestante. Questa voce l’ha seguita e l’ha tormentata fino a quando il Signore non le ha manifestato la sua volontà: riportare le figlie di santa Brigida a Roma.

Avete altre case in città?

Abbiamo anche un’altra casa in via delle Isole, sulla Nomentana. Proprio dove fu fondata, da madre Hesselblad, la prima comunità dell’ordine. Vi abitano undici suore. In quella casa come in quella di piazza Farnese svolgiamo la nostra missione. Siamo cioè aperte a tutti coloro che hanno bisogno. Seguiamo l’esempio della fondatrice che condivideva con gli altri quel poco che aveva, specialmente i più bisognosi. Anche oggi a tutti i poveri che bussano alla porta diamo accoglienza e quello che possiamo. Nessuno torna via a mani vuote.

Come realizzate la vostra vocazione per promuovere l’unità dei cristiani?

Dal 6 ottobre 1993 è stato aperto da madre Tekla Famiglietti, a lungo superiora generale, il Centro internazionale di Farfa. Al suo interno vi è un comitato accademico nel quale si porta avanti il dialogo fra persone appartenenti alla Riforma e alla Chiesa cattolica: uomini e donne, sacerdoti e vescovi. Il centro brigidino di Farfa, che Giovanni Paolo II visitò il 19 marzo 1993, si ispira alla spiritualità e all’opera di santa Brigida e di san Benedetto. Lo anima la certezza che la preghiera e il dialogo sono le vie privilegiate per arrivare a costituire un solo ovile sotto un solo pastore. Dobbiamo pregare come dice il Papa per ritrovare il vero volto di Roma. Le persone vengono nell’Urbe anche per motivi spirituali non solo per l’arte e la storia.

Come rendete concreta la «missio ad gentes»?

Dal 2 aprile 2000 è stato aperto nell’abbazia di Farfa anche un centro missionario. Nei paesi in cui il divario tra ricchi e poveri è maggiore (India, Messico, Filippine) le nostre suore cercano di portare avanti sia l’attività di evangelizzazione, sia la promozione umana, soprattutto a favore di donne e giovani bisognose, bambini, anziani e malati. In India vengono adottati interi villaggi per favorire lo sviluppo sociale, economico, culturale e religioso nel pieno rispetto delle tradizioni e dei costumi locali.

L’invito di Papa Francesco ad andare nelle periferie vi ha sollecitato all’azione?

Le periferie le abbiamo anche dentro di noi. Le più importanti sono quelle dove si impara a vivere la carità e l’unità reciprocamente. Abbiamo tante missioni in Asia e nelle Americhe: Indonesia, Filippine, India, Messico. Cuba è la periferia più grande. Le nostre consorelle danno nel paese dei Caraibi una testimonianza importante. Abbiamo aperto la casa all’Avana dopo l’invito di Giovanni Paolo II e con il permesso di Fidel Castro. Prima di allora i religiosi non potevano entrare. Le nostre dieci sorelle offrono un servizio riconosciuto da tutti. Le entrate della comunità sono impiegate per le opere di carità e per l’assistenza ai malati, agli anziani e ai bambini.

Come siete state accolte?

Da poco abbiamo aperto anche un’altra casa a Pinar del Río. Sono stata a Cuba ultimamente e quando ho chiesto che pensava la gente della nostra casa, un operaio mi ha risposto: «Madre, voi non sapete cosa avete fatto per noi. Qui era un deserto, con il vostro arrivo avete dato vitalità, cultura, e avete insegnato a vivere. Ci avete incoraggiato a essere più accoglienti e a preoccuparci maggiormente delle nostre case».

Siete state, quindi, delle pioniere a Cuba?

Quando siamo arrivate a Pinar del Río c’era del terreno incolto non lontano dalla casa. Vi abbiamo messo un contadino per coltivare la terra e produrre frutta e verdura. Davanti alla porta c’era una discarica all’aperto. La superiora ha parlato con le autorità ed è riuscita a farsi portare via tutto. Con la preghiera e la buona volontà si può fare tanto.

di Nicola Gori

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