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A mani nude
e a piedi scalzi

· ​Le opere in italiano corrente di santa Maria Maddalena de' Pazzi ·

In molti persiste ancora un equivoco di fondo quando accostano i testi dei grandi mistici: si cerca in loro non tanto l’esperienza incandescente e vertiginosa dell’abbraccio divino, ma una didascalia scolastica per orientare (o anche orientarsi) in questo ambito. Da qui nascono inquadrature e schematizzazioni che riducono l’indicibile travolgente in vocaboli e modelli da manuale accademico. Neanche i grandi mistici come Teresa di Gesù, Giovanni della Croce, sono sfuggiti a questa operazione mistagogica more geometrico demonstrata. Perfino una mistica teopatica allo stato puro, come Maria Maddalena de’ Pazzi (1566-1607), non è sfuggita nei secoli passati a questa forzatura.

Pedro de Moya, «Visione  di santa Maria Maddalena de’ Pazzi»  (secolo XVII)

Questa mistica fiorentina non ha l’arte pedagogica di una santa Teresa di Gesù, non ha la mistagogia teologica di un san Giovanni della Croce, non ha neanche il lessico delle piccole cose di santa Teresa di Lisieux. Anche se con costoro condivide il carisma carmelitano e la passione per l’esplorazione dei sentieri misteriosi della grazia nell’anima e il linguaggio rischioso dell’amore e degli abbracci con la vivente Trinità. La caratterizza invero una incandescenza focosa che attraversa tutta la sua «opera», salvo alcuni testi marginali. È questa incandescenza magmatica di una esperienza allo stato puro e immediato, è la spontaneità di un incontro col divino non mediato a freddo da riflessioni e schemi, che ne fa un unicum, o quasi, di genialità e irripetibilità, ma anche di divino splendore non artefatto.
Giovanni Papini ne era affascinato e auspicava l’edizione completa dei suoi scritti, Joris-Karl Huysmans le attribuiva un influsso determinante nel suo incontro con la fede. Don Divo Barsotti ne era ammiratore palese, fino ad ipotizzare una sua collocazione fra i dottori della Chiesa: «Sarà mai riconosciuta dottore della Chiesa?» si domandava. Michele Pellegrino, cardinale di Torino, la considerava alla pari con i grandi maestri carmelitani. Papa Benedetto xvi, nella sua lettera per il iv centenario dalla morte le attribuiva il dono «di essere maestra di spiritualità». In verità questa grande mistica fiorentina, carmelitana, è ancora poco conosciuta, anche se ha avuto in passato ammiratori — e pure qualche fanatico manipolatore, come all’epoca della querelle sul «pur amour», in cui si confrontarono Bossuet e Fénelon — quando dominava la golosità per gli splendori di estasi e rapimenti. Certo lei ne ha avuti tanti di questi fenomeni, ma non è la parte più preziosa della sua avventura spirituale.
La recente edizione in italiano corrente di tutti i suoi testi Cantico per l’Amore non amato (Edizioni Feeria, Comunità di san Leonino, 2016, pagine 1530, euro 80) di cui ha fatto la presentazione Cristiana Dobner sull’edizione del 30-31 maggio dell’«Osservatore Romano», potrà dare una mano al recupero della sua vera identità, non di docente, ma di mistica teopatica. Non si tratta semplicemente di una edizione in più. In verità fino al 1960 non esisteva neppure l’ edizione completa delle sue opere, e fu grazie al mecenatismo di Bruno Nardini che, sotto la guida del biblista Fulvio Nardoni, e con la collaborazione di vari esperti, apparvero in sette volumi tutte le opere trascritte dai «manoscritti originali» (1960-1966). Quella edizione è oggi esaurita. Questa nuova edizione si basa fedelmente su quella prima edizione, facilitandone però la lettura con titoli e sottotitoli e un «italiano corrente». L’operazione non tradisce il testo né il pensiero, ma lo rende fruibile, rispettando l’eleganza del fiorentino originale. Inoltre introduce nuove risorse utili: le fonti bibliche, una rassegna bibliografica, un esteso indice tematico, la storia del monastero.
Si può considerare un evento editoriale di primaria importanza per la spiritualità tout court. Come il lettore può facilmente verificare, in lei il divino irrompe, la agita a volte con violenza, altre volte con soavità, a volte con bagliori di fuoco, altre con silenzi misteriosi. E questo è il suo fascino e la sua originalità: nelle sue esperienze non si accumula una dottrina, ma si offre lo spaccato vivo di cosa succede, di come si vive in diretta la purificazione e l’abbraccio, il vortice e il silenzio del divino che ti inonda, ti sommerge, ti trasfigura, senza che tu possa fare altro che lasciarti fare, misteriosamente. Lei mostra in atto queste eventi, percorre questi territori misteriosi, che travolgono corpo e psiche, emozioni, anima e cuore.
Maria Maddalena era una passionale, di temperamento caldo, con qualche venatura scrupolosa: per questo ama i dettagli, la plasticità e la vivacità, e sembra quasi passeggiare per giardini e prati, fare «devote processioni». Ogni immagine, ogni simbolo, ogni similitudine portano con sé una carica affettiva, radicata nell’intuizione. Il mistico è dotato proprio di intuizione geniale, lo domina un fremito puro, che spesso si esprime con il linguaggio poetico, il più adatto a parlare dell’ineffabile.
Chi si accosta a questi testi deve farlo a mani nude e a piedi scalzi, con stupore silente: perchè solo così potrà accettare il linguaggio ardito, una esperienza di Dio che trasfigura l’umano e lo rende diafano, saturo, pervaso — per usare il suo linguaggio — di «amore unitivo» che tutto trasforma e fa vibrare, e di «amore morto» estrema identità in cui si fondono passività totale e suprema fecondità. Per riuscire ad accompagnarla nelle vertiginose penetrazioni nel mistero del Dio vivente, e per seguirla nei continui rimandi quasi a cascata alle «operazioni» purificative e illuminative che Dio Unitrino fa nel «microcosmo» della creatura, bisogna lasciarsi trascinare, travolgere, direi perfino sommergere.
Il suo eloquio è a volte calmo e disteso, quasi un prolungarsi degli esercizi di meditazione che aveva appreso dai gesuiti, e in particolare con il libretto del Loarte sulla Passione. Di solito — e con altissima frequenza — il momento meditativo inizia con una frase biblica (quasi sempre in latino), sentita nella liturgia, nelle letture o nelle prediche, ma poi si aprono scenari inattesi, applicazioni ardite, immagini a cascata. Accanto a lunghi silenzi troviamo improvvisamente esplosioni di verità teologali che ingorgano il discorrere, presenze celestiali che l’attirano, riscontri esistenziali che sembrano deviare il discorso, e invece mostrano che ella vive una coralità di passione ecclesiale. Non è una mistica verticale, isolata: ma coinvolgente intercessora, promotrice di fraternità e prossimità. Per questo opportunamente la Scattigno parla di «comunità testimone»: l’intera comunità si era messa in gioco per raccogliere con la massima fedeltà possibile quanto faceva e diceva «in ratto», ma ne beneficiava pure in luci spirituali e in clima contemplativo pieno di fascino.  

di Bruno Secondin

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26 maggio 2019

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