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Mani e cuori per ricostruire

· Alle popolazioni terremotate dell’Italia centrale chiede di non perdere la speranza ·

Ricostruire i cuori ancor prima delle case: Papa Francesco ha affidato questa consegna ai terremotati delle zone dell’Italia centrale ricevendoli in udienza giovedì mattina, 5 gennaio, nell’aula Paolo VI. Un incontro segnato da gesti di tenerezza e di affetto, prima ancora che dalle parole, durante il quale il Pontefice si è intrattenuto a lungo con quanti hanno perso i loro cari nel tragico sisma della notte del 24 agosto scorso. Bambini, anziani, donne e uomini ulteriormente provati dalla nuova forte scossa del successivo 30 ottobre, che pur non avendo provocato vittime ha causato ulteriori ingenti danni. Prendendo spunto dalle testimonianze di una famiglia e di un parroco, il Papa ha sviluppato la propria riflessione sottolineando alcuni termini come ricostruzione, cuori, mani, ferita, virtù, vicinanza e sogno.

«Nella vostra situazione — ha detto — il peggio che si possa fare è un sermone, meglio prendere quello che dice il vostro cuore». Ecco allora il “ritornello del ricostruire” che ha scandito le parole dei testimoni e che Francesco ha associato non tanto all’edilizia, quanto ai cuori, al tessuto sociale e umano, alla stessa comunità ecclesiale. E in proposito ha richiamato la visita compiuta il 4 ottobre scorso nei luoghi devastati dal terremoto e l’incontro con un uomo che gli aveva confidato il proprio dolore per essere costretto a ricostruire la propria casa per la terza volta. Ma dolore per il Papa significa soprattutto il ricordo della piccola Giorgia — venuta con i genitori all’udienza generale del 26 ottobre — che ha perso la sorellina Giulia di undici anni; e della coppia di sposi (anch’essi venuti all’udienza generale, il 23 novembre) che hanno perso i loro gemellini Andrea e Simone di appena sette anni. Riferendosi alle loro storie il Pontefice ha parlato di “cuori feriti” e di come in questi frangenti, sebbene non ci sia posto per un generico ottimismo, dev’essercene per la speranza.

Un invito a sperare nonostante tutto, che secondo il Papa può essere reso concreto, tangibile, grazie alle “mani”: mani che abbracciano, che accarezzano per confortare e consolare; ma anche che liberano dai calcinacci e dai detriti, che estraggono dalle macerie, come quelle dei vigili del fuoco e dei volontari; mani che guariscono, come quelle di medici e infermieri.

E ciò rimanda al tema delle “ferite”, perché — ha detto il Papa — «ognuno ha sofferto qualcosa, alcuni hanno perso tanto». A questo riguardo Francesco ha ricordato che se piangere da soli fa bene, piangere insieme è ancora meglio. Del resto, la vita dei terremotati non potrà essere mai più la stessa di prima. È una cosa nuova — ha spiegato — perché le ferite guariscono ma le cicatrici rimarranno per sempre.

Quindi un accenno alle “virtù” di questa gente: fortezza d’animo, tenacia, pazienza, solidarietà. Le stesse che il Pontefice ha riscontrato nei preti che non hanno lasciato quelle terre e che lo rendono orgoglioso: pastori che non fuggono davanti al lupo, li ha definiti.

E ispirato dal loro esempio, Francesco ha esortato alla “vicinanza” che rende più umani e più coraggiosi: perché una cosa è andare soli sulla strada della vita e un’altra è andare con gli altri, tenendosi per mano. Una vicinanza sperimentata dai terremotati, che permette — ha concluso — di avere il coraggio di sognare.

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26 gennaio 2020

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