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Mani di bambini
che si scambiano un gioco

· La tragedia del Mediterraneo vista dai piccoli e il dovere di testimoniare ·

Nell’ultimo libro di Pietro Bartolo, medico a Lampedusa

Mani di bambini che si scambiano un giocattolo: da una parte un alunno delle scuole elementari di Cassino, dall’altra una bimba nigeriana, e con lei tanti piccoli sbarcati sulle coste di Lampedusa. In mezzo, la testimonianza di un uomo retto che, imperterrito, continua ad aiutare i migranti, divorato dai ricordi («I bambini. I bambini soprattutto. Sono loro che affollano i miei incubi, quando dormo... ma anche quando sono sveglio. Vivo assediato dalle loro immagini. Anzi, dai loro ricordi. Perché la cosa peggiore, questo faccio fatica a spiegarlo, non sono le immagini, ma i ricordi. Più delle immagini, restano impresse nella coscienza le altre sensazioni, gli odori, i rumori, le consistenze»). 

Murale realizzato ad Atene  da Alice Pasquini e Achilleas Souras   con i bambini rifugiati e migranti  del campo Skaramagkas Open Accommodation Site

Potremmo riassumerlo così, in poche battute, l’ultimo libro di Pietro Bartolo, medico responsabile dal 1992 dell’ambulatorio che effettua le prime visite a quanti sbarcano a Lampedusa, terra accogliente retta dalla legge del mare (se qualcuno sta affogando, gli va data una mano: «I pescatori sono fatti così, li conosco bene. Sono pescatore anche io, era pescatore mio padre»). Un libro in cui l’autore — pur essendo ormai una celebrità — parla poco di sé: in Le stelle di Lampedusa (Milano, Mondadori 2018, pagine 168, euro 18), infatti, Bartolo mantiene ciò che promette il sottotitolo, e cioè racconta «la storia di Anila e di altri bambini che cercano il loro futuro fra noi». Quei bambini invocati da papa Francesco a Lesbo, altra isola di sbarchi: «Quando guardiamo negli occhi i bambini nei campi profughi comprendiamo la bancarotta dell’umanità».
Nel libro di Bartolo i ritratti sono davvero tanti. C’è Alì, miracolosamente riuscito a sbarcare, che però proprio a Lampedusa metterà la parola fine alla sua vita — «uno spago, una trave e quattro sassi come scala». C’è chi vuole subito tornare indietro («In Ghana. Da mia madre. Non mi importa niente dell’Europa. Voglio solo tornare a casa mia»). C’è Anila, nigeriana, 11 anni: in viaggio da sola per 18 mesi nel folle e disperato tentativo di trovare la mamma arrivata tempo prima genericamente «in Europa»; Anila capace di affrontare solitudine, fame, violenze, capace di sopravvivere a quanto ha vissuto e visto, fino alle ustioni rimediate durante la traversata. Bartolo la chiama «la malattia del barcone»: la benzina che fuoriesce dai serbatoi si raccoglie sul fondo dell'imbarcazione mischiandosi con l’acqua salata; si crea così una miscela corrosiva che impregna le persone sedute al centro della barca e, come tutti i flagelli, si presenta con l’inganno. A contatto con la pelle, infatti, la miscela produce una sensazione piacevole, di calore diffuso e giacché la maggior parte di questi viaggi avviene di notte, con il freddo e l’umidità, «è comprensibile come nessuno faccia niente per evitare di stare a mollo lì dentro. Pensano di scaldarsi. In realtà bruciano. Quel liquido divora la pelle e la carne. Ma quando se ne accorgono è troppo tardi». A tratti è duro proseguire nella lettura. Ascoltare le storie di minori partiti piccolissimi per un viaggio mostruoso, sfruttati, abusati, torturati.
Ma la forza del libro — un po’ documentario, un po’ romanzo — sta proprio nel presentare volti e storie: perché ci ricorda che dietro i numeri, ci sono le persone. Prima di essere immigrati, rifugiati, migranti economici, richiedenti asilo, prima di essere qualsiasi altra cosa, queste persone sono padri, madri, figli, sono uomini, donne e bambini con legami, sentimenti, ricordi e attese.
Oltre che un libro di incontri, quello di Bartolo è anche un viaggio nelle tappe che vivono i migranti quando sbarcano, quando tutto parrebbe finalmente finito, mentre in realtà inizia un’altra odissea, «più paradossale, meno violenta, ma certo non meno dolorosa».
Con lo sbarco a terra, ad esempio, arriva un momento delicatissimo. «Bisogna essere veloci e rassicuranti. Furbi e precisi perché lo sbarco è uno dei momenti decisivi dell’intera tratta dei migranti. (...) Quelle persone dopo essere fuggite da città in guerra e attraversato deserti pericolosi, dopo mesi o anni di detenzione nei lager e la traversata del Mediterraneo, non sanno più dove si trovano e spesso nemmeno più dove stanno andando». Non sanno se l’uomo che adesso gli prende la mano per controllarla sta per condannarli, rapinarli o vuole solo dargli un antibiotico.
Bartolo non vorrebbe — sono anni che scruta con il cuore in gola il mare dal molo in attesa di nuovi arrivi — ma Bartolo sa che è suo dovere testimoniare il dramma che si consuma da anni al di là del Mediterraneo. «Ragazzi scuoiati dalle lame degli aguzzini libici; uomini mutilati dei genitali, per un perverso gioco in voga tra i secondini delle carceri libiche; prigionieri torturati con gli elettrodi; bambini affamati e sull’orlo del deperimento fisico; donne violentate, con ancora i segni dei tubi di gomma con cui venivano quotidianamente percosse. Mi rendo perfettamente conto della violenza di questa mia scelta. Disgusta anche me. Ma la gente deve capire e io ho il dovere di raccontare». E siccome, a volte, le parole da sole non bastano, Bartolo porta sempre con sé una chiavetta usb piena di immagini: «L’Orrore, quello che ho in testa io, occorre vederlo per capirlo».
Mani di bambini che si scambiano un giocattolo, dicevamo in apertura. Un giorno Bartolo è andato in una scuola di Cassino per raccontare agli alunni il suo impegno quotidiano al poliambulatorio di Lampedusa, l’accoglienza ai bambini che sbarcano, il tentativo di farli sentire a loro agio. Alla fine un alunno gli si avvicina: chiede il permesso di spedirgli dei giochi. Bartolo sorride, annuisce, ma poi se ne dimentica finché, un giorno, al poliambulatorio, arriva un pacco. È da Cassino. «Quando lo aprii rimasi per qualche tempo senza fiato. Era il bambino che mi aveva avvicinato (...) Insieme alla mamma aveva confezionato una scatola piena di giocattoli, per i bambini che arrivano a Lampedusa. In un biglietto scritto di suo pugno teneva a precisare che alcuni dei giocattoli erano i suoi preferiti. C’erano costruzioni, macchinine, trenini, qualche robot. Insomma, tutto l’armamentario che popola la stanza di un bambino di 6-7 anni. Commosso, mi affrettai a portare quel bendidio nella nostra piccola ludoteca. Poco lontano dal mio studio. La scatola, però, decisi di tenerla io».
Eccola, la stella che, nonostante tutto, da Lampedusa può ancora illuminare la nostra Europa così buia. Se un bambino è capace di spedire i suoi giochi preferiti — non quelli che non gli piacciono più, non quelli per cui è diventato troppo grande — affinché diano il benvenuto ai piccoli venuti dal mare, una speranza ancora c’è. Per loro che arrivano ma soprattutto per noi che stiamo così arroccati su questa inospitale terraferma.

di Giulia Galeotti

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17 novembre 2019

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