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Malvagità col mantello della virtù

· Riflessioni pascaliane sulla politica e la giustizia ·

La notorietà di alcuni concetti di Pascal, impressi nella memoria anche dei non studiosi dell’autore dei Pensées, è dovuta alla semplicità e provocatorietà del loro contenuto. Indimenticabile quello relativo alla verità cristiana a favore della quale non si può non scommettere, decisione da cui non si può che trarre vantaggio. Altrettanto memorabile è l’affermazione dell’origine delle disgrazie umane dovute all’incapacità dell’uomo di stare tranquillo nella sua stanza e il detto secondo il quale il cuore ha ragioni che la ragione non conosce. Pensieri tramandati autonomamente per virtù propria, in realtà al centro della grandiosa opera di apologetica del cristianesimo rimasta incompiuta o sopravvissuta nella forma dei frammenti con cui è giunta a noi.

Meno diffuse sono le riflessioni che Pascal dedica al tema dei rapporti tra legge, diritto, giustizia e apparato repressivo necessario a imporre le sentenze dei tribunali. Una minore attenzione a cui rimedia la recente pubblicazione di Pascal, Pensées sur la justice (Paris, Flammarion, 2011, pagine 407, euro 5,50) un dossier sul pensiero politico dell’autore francese.

Ospite di Port Royal, Pascal era stato coinvolto nel giansenismo. Rifacendosi ad Agostino e alla negazione del libero arbitrio, tale corrente aveva dato vita a derive riformiste in virtù delle quali predestinazione e grazia erano viste come interventi divini diretti alla salvezza dell’uomo la cui natura veniva considerata corrotta a causa del peccato originale. Derive risalenti alle tensioni nate intorno alle guerre civili di religione che avevano sconvolto la Francia nel secolo precedente (1562-1598), e riemerse poi nei moti della Fronda che aveva opposto la nobiltà francese guidata dal cardinale de Retz all’autorità centrale rappresentata in quel momento dal Mazzarino.

Per quanto estraneo ai moti suddetti che coinvolsero l’abbazia di Port Royal fino a farne decretare nel 1710 la soppressione fisica, Pascal non aveva rinunciato ad approfondire il tema dell’assolutismo e della legittimazione del potere monarchico. Optando per la necessità pratica di sottomissione, egli era entrato nell’agone del pensiero politico del tempo. Perciò la pubblicazione del libro sul suo pensiero politico si presenta oggi come una buona occasione di rilettura dei Pensées stessi, specialmente in tema di giustizia. La cui istituzione, stante la centralità della corruzione dell’uomo, si riteneva non potesse prescindere dal bisogno di essere anch’essa redenta, in particolare dalla violenza dalla quale dipende l’efficacia della legge. È vero che la giustizia mirava a non essere sommaria come in passato. Ciò detto la sua forza dipendeva ancora dalla violenza. Definita «l’ultima parola sulla vendetta privata», la sanzione giudiziaria restava l’espressione di un sistema che, girando su se stesso, si era reso incapace di espellere la violenza su cui si fondava. Sordo al messaggio di Cristo di cambiare strada e restando fedele al modello rivalitario pena/ricompensa, detto sistema appariva esausto e usciva sconfitto. «Trascendenza giudiziaria», «delega e legittimazione della violenza», erano, e sono in parte ancora oggi, formule che non riescono più a nascondere l’impurità ontologica della loro origine. In proposito Pascal è molto netto. Sarebbe bello, dice, che giustizia e forza stessero insieme in modo che ciò che è giusto sia anche forte e ciò che è forte sia anche giusto. Il fatto è che non potendo fare sì che ciò che è giusto sia forte, succede che ciò che è forte sia giusto. Echi del Summum jus, summum injuria di Cicerone che ribadiscono il concetto per cui là dove la forza della ragione non basta suppliscono le ragioni della forza. In tema di abusi dei tribunali valgano anche le parole di Montaigne, a cui Pascal spesso si rifà: «L’ambizione, la cupidigia, la crudeltà non hanno sufficiente violenza propria e naturale: accendiamole e attizziamole dunque col glorioso pretesto della giustizia e della devozione. Non si può immaginare uno stato di cose peggiore di quello in cui la malvagità diventa legittima e prende con il consenso del magistrato, il mantello della virtù».

In aggiunta alle meditazioni pascaliane di E. Auerbach, L. Goldman, L. Marin, J. Derrida e P.Bourdieu e ai Trois discours sur la conditions des Grands che contengono riflessioni sulle misure mentali da prendersi nei riguardi dell’autorità, verso cui è richiesta se non la stima almeno il rispetto, il dossier di cui si è detto sopra riprende il pensiero di alcuni moralisti classici in materia di giustizia, tra cui quello del già citato Montaigne. La Rochefoucauld, La Fontaine e J.Esprit oltre a essere concordi nel considerare le leggi come rimedi dettati dall’interesse, smascherano l’amore della giustizia facendolo risalire al timore dell’ingiustizia.

Premesso che se la rilettura di Pascal in chiave politica può favorire una visione relativistica là dove egli pone l’origine delle leggi negli usi e costumi, nelle tradizioni, fin anche nel clima — debito che Pascal ha verso Montaigne — è pur vero che egli non viene meno alla convinzione che la grandezza dell’uomo va sempre temperata dalla conoscenza che egli deve avere della sua bassezza. Convinzione riguardante anche la grandezza della giustizia che va temperata dalla consapevolezza del compromesso che la lega alla violenza. Il Giusto non è chi amministra la giustizia ma chi vive in essa. Justus ex fide vivit ( Romani, 1,17).

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