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Malessere dietro lo schermo

· ​Siti internet pro suicidio in Giappone ·

Il Giappone ha il più alto tasso di suicidi tra i paesi del g7, con oltre ventimila persone che si tolgono la vita ogni anno. Un sondaggio condotto lo scorso anno dalla Nippon Foundation ha dimostrato che più di 530.000 persone hanno tentato il suicidio nel 2016. Un dato ancor più preoccupante sta nel libro bianco pubblicato dal governo giapponese che afferma che il suicidio è la principale causa di morte tra le persone di età compresa tra 15 e 39 anni, prima di incidenti e tumori.

Ciononostante in Giappone non esiste una vera e propria cultura della consulenza psicologica analoga all’occidente. Qui la figura dello psicologo è quella di un dottore che tratta serie malattie della mente, e la depressione che spesso porta al suicidio viene sottovalutata. Se generalmente si va da uno psicologo per confessare i propri dubbi, le proprie paure e le proprie debolezze, tutto ciò nella cultura giapponese è considerato una vergogna, sono cose che si tengono per sé almeno sino all’avvento di internet. I giovani hanno infatti scoperto che attraverso l’uso della rete possono trovare qualcuno che li ascolti, è così che molti utenti di Twitter comunicano i propri problemi personali, noie, o trovano uno sfogo per le loro frustrazioni quotidiane.

Solo qualche mese fa un uomo di 27 anni aveva preso a esplorare la rete in cerca di persone che manifestavano il desiderio di togliersi la vita. Le contattava e suggeriva loro di conoscere un modo facile per suicidarsi. È stato tutto molto semplice perché sui social sono migliaia le persone che ogni giorno postano i loro stati d’animo, persone mentalmente fragili e che non sanno a cui rivolgersi e allora la rete diventa il mezzo di sfogo ideale, soprattutto per la possibilità di poterlo fare in maniera anonima.

Nel regno virtuale di internet e dei social media, persone depresse e solitarie, in particolare gli adolescenti, sentono di potersi aprire agli estranei più facilmente che non nella vita reale. Condividono i loro pensieri più profondi con altri utenti il che li illude di aver finalmente trovato dei compagni con i quali confrontare le proprie paure.

Eppure coloro che pubblicano messaggi suicidi sui social, dicono gli esperti, non vogliono veramente morire, come se anche questi messaggi apparentemente disperati facessero parte di quella massa di fake news di cui la rete è invasa. C’è una bella differenza tra scrivere in modalità anonima di voler morire e commettere realmente l’atto. Eppure il solo fatto di essere in rete e di esprimere lì la propria frustrazione e non davanti a una persona reale può creare un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.

Ad esempio è quello che è stato messo in evidenza da un nuovo studio condotto dai ricercatori della San Diego State University negli Stati Uniti. Questo studio offre spunti di riflessione soprattutto per genitori ed educatori su come migliorare il benessere mentale dei giovani.

Secondo questa ricerca un aumento del tempo trascorso davanti a uno schermo, sotto forma di computer, telefoni cellulari o tablet, potrebbe contribuire di per sé a un aumento della depressione e di pensieri relativi al suicidio soprattutto nei giovani.

Esattamente come un cataclisma naturale o una guerra possono giocare un ruolo importante nel plasmare le menti dei più giovani, così anche la doppia ascesa dello smartphone e dei social media ha causato un terremoto di tale portata da far concludere i ricercatori che ci sono prove convincenti che questi dispositivi stiano avendo effetti profondi sulle vite dei giovani, al punto da renderli oggettivamente infelici.

I risultati, pubblicati sulla rivista Clinical Psychological Science, indicano la necessità per i genitori di monitorare il tempo che i propri figli spendono davanti a uno schermo. Ad esempio, limitando il tempo di visualizzazione di strumenti connessi a internet a una o due ore al giorno, si scenderebbe nella zona considerata statisticamente sicura per l’utilizzo del dispositivo. I ricercatori hanno scoperto che passare del tempo lontano dallo schermo e impegnati in interazioni sociali di tipo fisico come lo sport, la musica, ma anche frequentare gruppi di volontariato, produce effetti positivi e riduce i sintomi depressivi, soprattutto quelli correlati al suicidio.

Ecco che se da una parte è illusoria l’idea di poter bloccare tutti i siti pro-suicidio e cancellare dai social media tutti gli hashtag connessi con il desiderio di togliersi la vita, basta applicare poche precauzioni per ridurre di molto la possibilità di cadere in una spirale di autodistruzione.

da Tokyo
Cristian Martini Grimaldi

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25 aprile 2019

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