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Mai stupirsi con Tarantino

· In «Django Unchained» la scelta controcorrente di raccontare lo schiavismo in America con un western ·

Ma il risultato stavolta non è brillante

È certo un paradosso quello di affidare la parte del “buono”, nel caso specifico di colui che uccide un crudele e odioso negriero, peraltro senza conti in sospeso con la giustizia, a un cacciatore di taglie del vecchio west; un  cinico bianco che, a tu per tu col fuorilegge ricercato, nella classica scelta “vivo o morto” decide sempre e solo per la seconda opzione.  Ma con Quentin Tarantino non c’è da stupirsi: nel suo cinema la morale segue strade particolari, mostrando senso della giustizia piuttosto rozzo. Del resto la stessa idea di voler raccontare lo schiavismo in America attraverso un western, con una storia ambientata alla vigilia della guerra civile, rasenta l’eresia. Eppure il film Django Unchained — nelle sale italiane dal 17 gennaio — tra situazioni  surreali per violenza e comicità, vuole mantenere una sua credibilità a dispetto delle forzature; o forse proprio grazie a esse.  Ma il risultato non è brillante. Stavolta Tarantino sembra limitarsi a una lettura politicamente scorretta della storia, con molte citazioni, al limite dell’autocelebrazione, ma poca creatività dal punto di vista cinematografico. Se Bastardi senza gloria era  un capolavoro, Django Unchained , pur essendo una buona pellicola (in corsa per cinque premi Oscar, tra cui quello come miglior film), non ha lo stesso fascino, la stessa ricchezza narrativa e creativa che aveva portato il regista a osare riscrivere la Storia, offrendo un finale davvero impensabile.

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23 maggio 2018

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