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Mai soli davanti alla morte

· I vescovi francesi e il dibattito sull’eutanasia ·

L’esperienza della morte è un momento della vita che deve restare, fino alla fine, inserito in un legame sociale, solidale, con altri esseri umani. Legiferare in materia deve salvaguardare tale obiettivo. È per questo che «dobbiamo abbandonare l’idea di una risposta tecnica da dare a un problema “da risolvere”. Una legge non eviterà — il contrario sarebbe drammatico per la condizione umana — il dibattito morale fra il personale curante, o la sofferenza dei familiari.

Il confronto con la morte è, in ogni caso, una sofferenza, per il paziente ma anche per chi lo accompagna. Dobbiamo quindi provare a guardare in faccia una dolorosa verità: quelle che siano le misure prese per accelerare la morte o per alleviare l’agonia, non possiamo sbarazzarci della sofferenza del morire, che non è solo costituito dal dolore fisico ma anche da questo lutto interiore e dal rapporto con l’altro che tutti noi dobbiamo vivere».

Si sofferma in particolare sul «dovere di accompagnare», fino all’ultimo dei loro giorni, «i più vulnerabili», rappresentati in questo caso dai malati terminali, la riflessione che il Consiglio famiglia e società della Conferenza episcopale francese ha diffuso nei giorni scorsi come contributo al dibattito sull’eutanasia, al centro di un controverso disegno di legge che vorrebbe introdurre una forma di suicidio assistito per alleviare le sofferenze del malato. Il documento, intitolato Notre regard sur la fin de vie, si conclude con le parole usate dall’arcivescovo presidente della Conferenza episcopale, Georges Pontier, nel discorso di apertura dell’ultima assemblea plenaria, il 5 novembre 2013 a Lourdes: «Prima di legiferare ancora, ci si chieda se ciò sarebbe per dare un segno più grande di rispetto per la persona umana, di solidarietà con essa, o piuttosto di un nuovo cedimento della nostra solidarietà familiare e sociale, a volte esigente ma sempre portatrice di frutti».

Giovanni Zavatta

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14 ottobre 2019

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