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Mai rassegnarsi al male

· L’impegno del gesuita filippino Albert Alejo da anni al fianco delle vittime della criminalità ·

Definisce il suo impegno «un’opera politica di misericordia». Il gesuita filippino Albert Alejo unisce al suo lavoro di docente di sociologia all’Ateneo di Manila, università gesuita della capitale filippina, un instancabile servizio sul campo in favore di emarginati, oppressi, poveri. Le persone che subiscono gravi ingiustizie e che vedono i lori diritti violati e la dignità umana irrimediabilmente calpestata sono in cima ai suoi pensieri. In particolare, da circa tre anni, a piangere e reclamare giustizia sono centinaia di famiglie che hanno visto uno dei loro cari restare vittime della “guerra alla droga” lanciata, fin dall’inizio del suo mandato, dal presidente Rodrigo Duterte. Fra loro vi sono tantissimi poveri, giovani, minorenni, persone che abitano le baraccopoli o le periferie, freddati in esecuzioni extragiudiziali compiute da giustizieri mascherati (i cosiddetti “squadroni della morte”) che rimangono impunite.

In circa tre anni, quella campagna di lotta alla criminalità si è estesa a macchia d’olio e il numero delle vittime, secondo dati ufficiali della polizia filippina, ammonta a circa cinquemila persone, trafficanti o spacciatori sorpresi in flagrante e uccisi in scontri a fuoco. Ben diverso, e notevolmente più alto, però, è il tragico bilancio proposto da organizzazioni che difendono i diritti umani e altre fonti investigative indipendenti, che parlano di “massacro” di trentamila persone in un triennio. Una recente indagine condotta sul campo da tre reporter del Centro per il giornalismo investigativo “Tony Stabile”, nella Columbia University di New York, riportata sulla rivista «The Atlantic», conferma che le cifre diffuse dalla polizia sono «una grave sottovalutazione dell’entità degli omicidi legati alla guerra alla droga nelle Filippine».

Di fronte a questa situazione che, documentata in tutti i suoi tragici risvolti, ha causato la morte di tanti innocenti, numerosi preti cattolici e attivisti per i diritti umani hanno raccolto il lamento e il pianto delle famiglie coinvolte, denunciando il clima intimidatorio, alimentato da impunità e corruzione. Albert Alejo è tra quanti hanno scelto di vivere il proprio ministero sacerdotale accanto a coloro che soffrono, di ascoltarli, aiutarli e offrire il proprio contributo alla lotta per la giustizia. «Bisogna far emergere la verità. Stiamo promuovendo forum di sensibilizzazione, dibattiti, manifestazioni, incontri per risvegliare le coscienze e non assuefarsi al male imperante. L’opera di investigazione sulla morte di tanti innocenti, prima che essere un atto politico, è un atto evangelico, che restituisce dignità, verità, speranza, giustizia», spiega il gesuita all’«Osservatore Romano».

«Ad esempio: chi sono i membri di questi “squadroni della morte” che uccidono impunemente? Chi finanzia e manovra queste bande violente?», chiede Alejo, ricordando che rapporti di organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch hanno raccolto alcune confessioni e documentato che, in alcuni casi, i gruppi responsabili delle esecuzioni extragiudiziali sono al soldo della polizia. Numerose associazioni, organizzazioni della società civile, comunità cattoliche, nelle Filippine e all’estero, hanno messo sotto osservazione la campagna di “lotta alla droga” e la conseguente scia di omicidi che essa ha generato. Alcuni attivisti, avvocati, politici, preti, religiosi, si sono esposti in prima persona denunciando l’oppressione, l’ingiustizia, la totale violazione dello stato di diritto, e oggi stanno pagando di persona.

Il Dipartimento di giustizia, infatti, ha aperto un’indagine preliminare su un gruppo di trentasei persone, tra politici, vescovi, sacerdoti, attivisti che, secondo la polizia filippina, hanno cospirato per rovesciare il governo. Tra questi spiccano i nomi di Socrates B. Villegas, vescovo di Lingayen-Dagupan, Honesto F. Ongtioco, alla guida della diocesi di Cubao, Pablo VIrgilio S. David, vescovo di Kalookan, e Teodoro Cruz Bacani, vescovo emerito di Novaliches. Accanto a loro vi sono i sacerdoti Flaviano Villanueva, Albert Alejo, Robert Reyes e fratel Armin Luistro.

In una fase critica e delicata, la Chiesa cattolica nelle Filippine si è stretta attorno ai suoi membri. A Manila, su indicazione del cardinale arcivescovo Luis Antonio G. Tagle, le parrocchie della capitale hanno iniziato a celebrare messe e preghiere per i leader cattolici e fedeli accusati di sedizione. La Conferenza episcopale delle Filippine (Cbcp) si è schierata a difesa dei sacerdoti e dei vescovi coinvolti nel caso, affermando che le accuse sono «oltre ogni immaginazione. Queste sono persone il cui amore per il paese e la dedizione per il benessere della nostra gente sono fuori discussione», ha scritto Romulo G. Valles, arcivescovo di Davao e presidente della Cbcp.

«Temi come le uccisioni extragiudiziali, che continuano nella “campagna contro la droga”, la lotta alla povertà, il rispetto dell’ambiente destano preoccupazione. La Chiesa nelle Filippine ribadisce il suo approccio di “collaborazione critica” col governo. Siamo consci di voler lavorare insieme per il bene del Paese: ci interessa il bene comune delle persone. Ma è nostro compito, in piena coscienza, alzare la voce quando ci sono politiche o atti che vanno contro il Vangelo», spiega all’«Osservatore Romano» Socrates Mesiona, vicario apostolico di Puerto Princesa, nell’isola filippina di Palawan. E nota: «Oggi vediamo spesso una nazione polarizzata. Il paese ha invece bisogno di alimentare e coltivare l’unità, attorno ai valori fondamentali del vivere civile, della democrazia, del rispetto della dignità inalienabile di ogni persona».

di Paolo Affatato

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09 dicembre 2019

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