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Vittime
della violenza dell’Is

· A colloquio con le due yazide vincitrici del premio Sacharov ·

Nadia Murad Basse e Lamya Haji Bashar appartengono alla comunità degli yazidi, una minoranza religiosa, di etnia curda, con 4000 anni di storia. Hanno ricevuto il premio Sacharov per i difensori dei diritti umani dal parlamento europeo, nei giorni scorsi. Le abbiamo incontrate: hanno rispettivamente 23 e 18 anni e lo stesso desiderio sofferto, ma intenso, di denunciare che «ancora tremila giovani yazide sono in schiavitù». 

Dalla comunità internazionale si aspettano «la creazione di zone protette per il mezzo milione di yazidi che altrimenti moriranno o si riverseranno in Europa» e il giudizio della Corte penale internazionale sui «crimini contro l’umanità che l’Is commette». Le due giovani vivevano a Kocho, un villaggio vicino alla città di Sinjar, nel nord dell’Iraq, a poca distanza dal confine siriano. Il 3 agosto 2014 miliziani dell’Is hanno portato l’orrore: hanno ucciso gli uomini, hanno catturato i bambini e le donne, che hanno passato in rassegna, «per poi uccidere quelle che non avrebbero reso soldi al mercato delle schiave del sesso». Sia Nadia che Lamya raccontano di tante ragazzine che «appena possono si tolgono la vita», non sostenendo tanto strazio. Le giovanissime in pubertà vengono «iniziate alla schiavitù con il rituale dello stupro di gruppo». Rituali e pratiche sono teorizzati in un agghiacciante manuale di 32 pagine, scoperto in vari covi dell’Is e pubblicato nei mesi scorsi dai media. Emerge una orrenda burocrazia delle violenze, listini dei prezzi e contratti d’acquisto delle schiave registrati da giudici. Si legge di «jihad sessuale» con le «femmine bottino di guerra». Proprio così si sono sentite appellare più volte le due ragazze, che sono riuscite a scappare in momenti diversi, dopo essere state vendute più volte.

di Fausta Speranza

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16 dicembre 2019

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