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Mai «perdere l’amore»

· ​È morto Giampiero Artegiani che vinse Sanremo nel 1988 come autore ·

Giampiero Artegiani lo ricordo a montare il video della sua canzone Madre Negra Aparecida con i filmati, sconvolgenti nella loro crudezza, che gli avevano passato i missionari comboniani. Aveva appena vinto il festival di Sanremo come autore — insieme a Marcello Marrocchi — di Perdere l’amore, affidata a Massimo Ranieri («una storia dolorosa e vera che nessuno voleva cantare e che l’anno prima della vittoria venne scartata dalla commissione del festival perché non adatta»). Cavalcò l’onda del successo a suo modo: proponendo canzoni che raccontavano il mondo attraverso la sua fede. E pagando di persona in termini di successo e conto in banca. Artegiani è morto a 63 anni per una grave malattia, proprio alla vigilia del festival. I funerali sono stati celebrati mercoledì mattina, 6 febbraio, nella parrocchia romana della Trasfigurazione a Monteverde.

«Mi accusano di fare l’impegnato: è assurdo perché, a maggior ragione, potrei capovolgere l’accusa e far notare la superficialità»: non la mandava a dire. Convinto «che se con le canzoni non si risolvono i problemi almeno servono per denunciarli: insomma, se sai scrivere e cantare datti da fare, no?». Artegiani non aveva perso l’irruenza del ragazzo di Centocelle che suona in tutte le cantine delle periferie, per cercare il suo spazio “non solo nel mondo musicale ma proprio nella vita”.

Artegiani si presentava come “cristiano”. E le canzoni a cui teneva di più erano quelle scritte per l’esigenza di leggere gli avvenimenti con gli occhi del credente. «Le hanno ascoltate in pochi è vero — confidava — e difatti devo scrivere anche pezzi più leggeri per pagare il mutuo». Dopo due festival di Sanremo da cantante (con Acqua alta in piazza San Marco e E le rondini sfioravano il grano arrivata terza nel 1985) ha scelto di stare dietro le quinte come autore e produttore musicale. Scrivendo per il suo amico Michele Zarrillo (con cui ha iniziato la carriera a 15 anni e con cui stava collaborando anche in questi giorni), Franco Califano, Roberto Murolo. Compreso il musical A piedi nudi verso Dio per la cantante sarda Maria Carta (ha scritto anche il musical Un profeta per l’Africa su Comboni). E lanciando Silvia Salemi con la riuscitissima A casa di Luca.

Eppure le canzoni di cui parlava più volentieri erano Madre Negra Aparecida ed Eterno Padre. Due preghiere (per ascoltarle basta cercare su Youtube). Le spiegava così ed era il 1989, ben lontano dalle emergenze del fenomeno migratorio: «Le persone disperate che vengono da noi, cercando un futuro dignitoso, scappano da condizioni di vita disumane e noi viviamo sulla loro schiavitù: la lettura della rivista “Nigrizia” mi ha messo con le spalle al muro e ho pensato di scrivere preghiere che avessero contenuti sociali forti».

Con un’avvertenza: «Non è affatto scontato che le canzoni che nominano Dio siano davvero spirituali, autentiche». Del resto, era il suo pensiero, «ormai si è parlato di tutto nelle canzoni e qualcuno scopre che magari anche la spiritualità in musica può essere un affare: insomma in un cd si parla del più e del meno e poi ecco, all’improvviso, spunta fuori anche Dio ma in separata sede come se non fosse Vita nella nostra vita quotidiana».

Per Artegiani la canzone non è mai stata «un’espressione artistica minore: tutti dovremo rischiare di più — sosteneva — per renderla davvero cultura nel senso più alto». Era rimasto scosso, due mesi fa, dai sei morti per un concerto nella discoteca di Corinaldo. E sui social non aveva mancato di suggerire ai genitori di non perdere di vista il loro ruolo di educatori per aiutare i figli a fare scelte consapevoli e libere. “Urlando” che «la musica è altro, magari anche ascolti non immediati per un adolescente, ma soprattutto non dovrebbe essere una dittatura dei consumi».

Per dare forza a questo suo pensiero Artegiani rilanciava la sua esperienza da musicoterapista con i disabili: «Il mio successo più grande non è la vittoria a Sanremo ma vedere ragazzi con distrofia muovere le dita per suonare la chitarra e riuscire così a fare tutti insieme una canzone, ciascuno con le proprie abilità. Per dire grazie a Dio per il dono della vita e il suo amore».

di Giampaolo Mattei

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26 maggio 2019

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