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​Mai dire addio

· Cent’anni fa nasceva lo scrittore statunitense J. D. Salinger ·

Già dalla copertina, completamente bianca, Il giovane Holden, nell’edizione originale, si preannunciava provocatorio: la scelta di J. D. Salinger stava a significare che ciò che conta non è la forma, ma la sostanza, ovvero le parole scritte sulla pagina. Sottotitoli, rigoni, catenacci non sono che fronzoli, e in quanto tali vanno eliminati. Ma anche quando poi si passa alla sostanza, ci si trova di fronte a una scelta in qualche modo provocatoria, o comunque fuori dagli schemi consolidati: i critici e i lettori tradizionalisti, abituati a testi conformi a un consolidato e rassicurante protocollo narrativo, finiscono per storcere il naso.

Nel 1951, anno in cui uscì, il libro fece subito parlare di sé, e in breve tempo, a dispetto degli strali lanciati da una parte della critica, riscosse una grande popolarità, per poi imporsi come un classico della letteratura americana. Salinger (che nasceva il primo gennaio di cent’anni fa) ci aveva visto giusto. I lettori avevano bisogno di un romanzo che deviasse da un solco letterario lungo il quale scorrevano concetti e pensieri triti e supinamente condivisi. Occorreva qualcosa di nuovo, capace di aprire spazi che puntassero a nuovi orizzonti. Ecco allora che l’autore pensò bene di realizzare un romanzo di formazione che vede appunto il giovane Holden entrare nel mondo e acquisire con esso una crescente familiarità, la quale, in realtà, non sarà mai veramente intima. Al contrario, tra il protagonista e il mondo si frapporrà sempre un diaframma, perché Holden, con il suo atteggiamento scanzonato, e a volte irriverente, tratterà il suo “interlocutore” con quel distacco e con quel disincanto che non potranno mai permettere lo stabilirsi di un rapporto di incondizionata fiducia.
Il romanzo di formazione, di per sé, non rappresentava certo una scelta originale. Basti pensare a illustri precedenti del genere, da Balzac a Flaubert, da Goethe a Foscolo, tanto per citarne alcuni. In questi casi, al di là delle differenti contingenze, sia ideologiche che storiche, è dato comunque di constatare un elemento comune: il protagonista, anche se ribelle, conserva sempre nei riguardi del mondo un atteggiamento rispettoso, anche timoroso, quasi di soggezione. Holden invece, anche in virtù del suo carattere adolescenziale non condizionato da infrastrutture, è portato a superare naturaliter, sul piano dei rapporti sociali, barriere formali e cerimoniose pastoie. Ed è proprio grazie a questa sorta di sfrontatezza, vicina al cinismo, che Holden riesce a dare del mondo un’interpretazione lucida: il sentimento sì c’è, ma è comunque contenuto. Così la dimensione emotiva non va ad offuscare una schietta valutazione delle complesse dinamiche e dei paradossali meccanismi che regolano il ritmo dell’universo.
Il libro, tuttavia, pur spiccando per la sottile e al contempo incisiva denuncia di ipocrisie e perbenismo, coltiva momenti di tenera commozione. Con la sorellina Phoebe, Holden condivide pensieri intimi e in lei riconosce un sostegno nei momenti di difficoltà; di uno dei fratelli, Allie, morto di leucemia, egli conserva il guantone da baseball sul quale aveva scritto alcune poesie da leggere «durante i momenti morti della partita»; e un riferimento cui appellarsi «nelle ore tristi» Holden lo vede anche nel professore Antolini, il quale lo mette in guardia dal cristallizzarsi in certezze assolute e date una volta per tutte. Tanto che il professore dichiara di aver in odio la parola “addio”, troppo definitiva e categorica per i suoi gusti. «Nella vita — dichiara — non si sa mai».
Lungo il percorso di formazione, Holden conoscerà un ampio ventaglio di personaggi: non pochi gli risulteranno antipatici, non di rado addirittura “indigesti”. Ma il giovane, al termine del cammino di maturazione, profonda e sofferta, capirà che nel mondo nessuno, anche il più odioso, merita di essere escluso: anche il più odioso ha una sua ragione d’essere. E da questa consapevolezza sgorga la frase, o meglio la raccomandazione, che chiude il libro e che suggella la maturità di Holden, il quale al lettore, una volta terminato il romanzo, non sembrerà più giovane, ma adulto: «Se un giorno vorrete raccontare una storia, è meglio che non lo facciate. Perché finirete per sentire la mancanza di tutti».
Sarebbe comunque limitativo ricordare Salinger (che gran parte della sua vita la passò da recluso) parlando solo dell’opera che lo ha reso famoso. Meritano infatti una menzione i suoi Nove racconti, che hanno per protagonista la famiglia Glass, a suo modo un esaustivo campionario dell’umanità. In equilibrio tra irresponsabilità tipica dell’adolescenza e saggezza antica si snoda un percorso umano lungo il quale — attraverso dialoghi scarni ma sempre incisivi — si specchia la fragilità della vita: non a caso Glass sta a significare il “vetro”. Ma tale amara consapevolezza non smorza gli entusiasmi, né tarpa le ali alla volontà: c’è quindi spazio sia per l’amore che per le opere di bene. E resta anche un margine dove coltivare i sogni. 

di Gabriele Nicolò

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23 gennaio 2019

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