Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Mai così attuale

Perché Paolo VI, a meno di due anni dalla conclusione del concilio Vaticano ii, ha sentito il bisogno di intervenire su temi che la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes aveva già trattato con una certa ampiezza? Vi sono due ordini di ragioni che spiegano questa scelta.

Lello Scorzelli  «Paolo VI alle Nazioni Unite»

In primo luogo, l’enciclica Populorum progressio è frutto di una lunga preparazione avviata già agli inizi del pontificato. A partire dal 1963 Paolo VI aveva infatti cominciato a raccogliere un ampio dossier sotto il titolo Sullo sviluppo economico, sociale, morale. Materiale di studio per un enciclica sui principi morali dello sviluppo umano. La preparazione dell’enciclica è dunque durata parecchi anni e per la sua redazione sono state utilizzate le relazioni dei rappresentanti della Santa Sede, lettere e documenti di vescovi, contributi di teologi, economisti, e politici. Il documento ha conosciuto sette redazioni successive, dalla prima del settembre 1964 fino al testo definitivo dell’enciclica Populorum progressio, terminato nel febbraio del 1967 e pubblicato il 26 marzo dello stesso anno, dopo che ogni redazione era stata letta e annotata personalmente da Paolo VI e sottoposta all’esame di esperti appartenenti a diverse aree linguistiche. Come è noto, è stato particolarmente rilevante nella preparazione dell’enciclica il contributo di padre Louis-Joseph Lebret.
Oltre all’ampio lavoro preparatorio, nell’enciclica confluisce l’esperienza personale dell’incontro dell’arcivescovo di Milano, prima, e del Papa, poi, con la realtà sociale dell’America latina, dell’Africa e dell’Asia e con l’urgente problema della povertà da cui questi continenti sono afflitti.
Al di là dei dati relativi alla gestazione dell’enciclica e alla personale esperienza di Montini che in essa confluisce, credo si possa affermare che la Populorum progressio rappresenta un frutto della costituzione Gaudium et spes e, in particolare, del metodo delineato dal testo conciliare; il documento può perciò essere considerato come un originale contributo che, con il suo magistero, Paolo VI ha voluto dare, sviluppando la linea tracciata dalla costituzione conciliare.
Il legame tra l’enciclica Populorum progressio e la costituzione Gaudium et spes offre un’interessante chiave di lettura del documento dedicato al tema dello sviluppo. È noto che con la costituzione pastorale il magistero conciliare si avventura su un terreno nuovo perché non si limita all’enunciazione di principi immutabili, ma si sforza di comprendere le dinamiche storiche, sociali e culturali in atto e assume in questo modo il rischio di proporre considerazioni e indicazioni legate alla contingenza dei fatti storici. Non a caso un’annotazione posta all’inizio della costituzione ricorda come, nella sua seconda parte, il documento «considera più da vicino i diversi aspetti della vita odierna e della società umana, e precisamente in particolare le questioni e i problemi che ai nostri tempi sembrano più urgenti in questo campo. Per cui in questa seconda parte la materia, soggetta ai principi dottrinali, consta di elementi non solo immutabili, ma anche contingenti».
La segnalazione del carattere contingente di alcuni elementi proposti nella seconda parte del documento conciliare non significa necessariamente riconoscere una minore autorevolezza di un magistero che si espone al rischio del contingente e del mutevole, ma piuttosto gli indica il compito inesauribile di misurarsi con la realtà umana e storica in trasformazione.
L’enciclica Populorum progressio è il frutto dello sforzo di Paolo VI di pensare il tema dello sviluppo lasciandosi guidare dall’insegnamento di Gaudium et spes e continuando nell’esercizio di quel compito che la costituzione conciliare indica alla Chiesa.
Anche dal punto di vista del contenuto è chiaro il legame di Populorum progressio con Gaudium et spes. I due aggettivi — integrale e solidale — con cui Paolo VI qualifica lo sviluppo di cui l’umanità ha bisogno e che la Chiesa intende promuovere rimandano infatti, il primo, all’antropologia cristiana delineata nella prima parte della costituzione pastorale e il secondo alla considerazione della famiglia umana che, in forme sconosciute alle epoche precedenti, aspira all’unità.
È dunque in primo luogo la visione cristiana dell’uomo che ispira il discorso dell’enciclica sullo sviluppo e che impedisce di ridurlo a questione puramente economica e politica. Il vero sviluppo può perciò essere descritto come il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane.
Nel quadro della discussione su sviluppo e sottosviluppo che tendeva a ridurre tutto alla questione tecnica ed economica del raggiungimento da parte dei paesi sottosviluppati del livello dei paesi industrializzati, la Populorum progressio sottolinea che lo sviluppo è un dovere, ma ammonisce anche che i suoi esiti non sono assicurati semplicemente dall’applicazione corretta di procedure tecniche. Nella seconda parte dell’enciclica Paolo VI sviluppa il principio che lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità. I popoli sono dunque chiamati a convergere in un’opera comune per promuovere lo sviluppo integrale. Paolo VI ricorda anzitutto i doveri dei popoli più favoriti.

Per la prima volta nella storia della dottrina sociale della Chiesa il tema del rapporto tra nord e sud del mondo assume un rilievo fondamentale e gli stessi principi della dottrina sociale sono ripensati assumendo il punto di vista dei popoli più sfavoriti, i cui diritti devono essere riconosciuti. Se tali diritti non sono riconosciuti, l’ingiustizia diviene fattore incontenibile che genera conflitti. I due temi fondamentali che l’enciclica riassume nell’ideale di uno sviluppo integrale e solidale sono forse più attuali oggi che cinquant’anni fa.

di Angelo Maffeis

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE