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Mai bere
dalla coppa dell'odio

· ​Il 15 gennaio di novant'anni fa nasceva Martin Luther King ·

La polveriera era già pronta. Mancava la miccia, che esplose, simbolicamente, in un autobus. Quando la sarta e attivista statunitense Rosa Parks, il primo dicembre 1955, venne arrestata a Montgomery dopo essersi rifiutata di cedere il posto a un bianco, divamparono le proteste contro le inveterate discriminazioni nei riguardi degli afroamericani. La motivazione di quell’arresto aveva versato sale su una ferita da tempo sanguinante: Rosa Parks aveva “violato” le leggi sulla segregazione. L’aperta negazione dei più elementari diritti civili ai neri, a Montgomery come in molte altre città statunitensi, aveva già provocato aspre tensioni nella comunità afroamericana. 

Martin Luther King in piazza San Pietro (18 settembre 1964,  Associated Press)

L’episodio di Parks aveva avuto un significativo precedente il 2 marzo, sempre del 1955: allora era stata arrestata la studentessa quindicenne Claudette Colvin: anche lei si era rifiutata di cedere il posto a un bianco, e anche lei aveva pagato la “disobbedienza” con l’arresto. Quel 2 marzo, allo sdegno per quanto accaduto non seguirono vere e proprie manifestazioni di protesta. L’umiliazione inflitta a Rosa Parks scatenò invece veementi reazioni, che culminarono, il 5 dicembre 1955, quattro giorni dopo il suo arresto, nel famoso boicottaggio degli autobus. L’iniziativa riscosse un grande successo, superiore alle più fiduciose aspettative: quel giorno gli autobus viaggiarono completamente vuoti.
Fu in questo scenario che s’impose la figura di Martin Luther King (nato ad Atlanta il 15 gennaio di novant’anni fa), il quale, come scrisse «The Washington Post» in un editoriale del 1955, «saldò» i diversi segmenti del movimento per i diritti civili degli afroamericani divenendone il leader. Diritti che dovevano essere conquistati solo attraverso un’attività condotta nel segno della pace e del dialogo: strategia, questa, che King mutuò non solo da Gandhi, convinto fautore della non violenza, ma anche da Richard Gregg, il primo americano a teorizzare, in modo organico, il concetto di “lotta non violenta”.
Dopo aver fondato la Southern Christian Leadership Conference, Martin Luther King cominciò, o meglio intraprese di nuovo, una missione itinerante nelle varie parti degli Stati Uniti — questa volta però in veste ufficiale — diretta a sensibilizzare l’opinione pubblica su temi nevralgici, concernenti sì i diritti fondamentali degli afroamericani, ma in realtà strettamente legati al principio stesso, di respiro universale, del rispetto e della promozione della dignità umana. Una perorazione, quella da lui tessuta, che spesso richiamava passi del Vangelo, per infondere nella coscienza della collettività la consapevolezza della perenne attualità del messaggio cristiano: un messaggio che poggia sui valori della fratellanza, dell’uguaglianza, dell’amore reciproco e della pace.
Quella missione itinerante ebbe come momento iconico il celebre discorso tenuto a Washington, sui gradini del Lincoln Memorial, il 28 agosto 1963: I Have a Dream. Quel sogno veniva formulato in occasione della “marcia per il lavoro e per la libertà” da lui organizzata e alla quale aderirono più di 250.000 manifestanti. Grazie a tale mobilitazione, testimonianza cristallina di una lotta pacifista che si stava sempre più affermando nel tessuto sociale e civile degli Stati Uniti (con forti echi anche in paesi segnati da pregiudizi e discriminazioni razziali), l’anno successivo veniva approvato, dopo un travagliato iter, il Civil Rights Act, la legge che poneva fine alla segregazione tra bianchi e neri negli Stati Uniti. E alla fine del 1964, King — a suggello del suo impegno e della sua azione — ricevette il premio Nobel per la pace.
«Il suo testamento spirituale»: così «The New York Times» definì il discorso di King pronunciato in quell’indimenticabile 28 agosto. In che cosa consisteva quel sogno? Anzitutto nel fatto che i suoi quattro figli piccoli potessero vivere un giorno in una nazione nella quale «non saranno giudicati per il colore della loro pelle ma per le qualità del loro carattere». Ma il cammino verso la realizzazione di tale sogno, denunciava King, è ancora lungo e tortuoso. Infatti «il nero non è ancora libero». La sua vita «è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione». Il nero — evidenziava King davanti a una folla acclamante — «ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale e langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra».
Ma la cifra autentica di quel discorso appassionato consiste nella predicazione della non violenza, proprio quando l’aperta e schietta denuncia di ingiustizie e soprusi sembrerebbe essere il preludio, nonché l’invito, a vendette armate intrise di sangue. «In questo nostro procedere verso la giusta meta — dichiarò — non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento». C’è quindi l’esortazione a elevarsi alle «maestose vette» di chi «risponde alla forza fisica con la forza dell'anima». E certamente riveste particolare rilievo il richiamo di King al dialogo e alla riconciliazione: il bianco non va visto aprioristicamente come un nemico. La comunità nera non deve essere condizionata da una «mancanza di fiducia» nella comunità bianca, perché i bianchi — che in gran numero parteciparono a quell’evento — «sono giunti a capire che il loro destino è legato con il nostro destino, e che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà».
Ma quella violenza, che King aveva sempre rigettato, finì per colpirlo. A morte. Fu raggiunto da un colpo di fucile sulla terrazza del Lorraine Motel, a Memphis. Era il 4 aprile 1968. King aveva 39 anni. L’assassinio scatenò la virulenta reazione della comunità afroamericana. Più di cento città statunitensi furono messe a ferro e fuoco. A Shaw, storico quartiere a poca distanza dalla Casa Bianca, abitato dai neri, numerosi edifici vennero rasi al suolo. Fu dato alle fiamme l’Howard Theatre, che aveva segnato una tappa fondamentale nelle folgoranti carriere di Ella Fitzgerald e Duke Ellington. Si contarono dodici morti. Da un lato, i dimostranti avevano tradito la consegna di King: non reagire alla violenza con la violenza. Dall’altro, nello sfogare con gesti estremi rabbia e dolore, testimoniavano la drammatica consapevolezza di aver perso una guida illuminante e carismatica, che lasciava dietro di sé un vuoto incolmabile. Ma quel colpo di fucile non aveva infranto il sogno che s’incarnava nella vittima. E negli anni che seguirono, pur sempre segnati da numerosi episodi di discriminazione razziale (del resto ampiamente riscontrabili anche oggi), fu possibile registrare significativi progressi lungo il cammino della serena e pacifica convivenza tra neri e bianchi. L’eredità di Martin Luther King non è andata perduta, né è svanita col tempo la suggestiva eco delle sue parole. E il sogno continua.

di Gabriele Nicolò

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