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Magnifico mistificatore

· ​Washington una mostra sul pittore francese di rovine Hubert Robert ·

I suoi capricci architettonici di rovine romane dove si mescolano, in suggestivo intreccio, vero e falso, ricordo e immaginazione, gli sono valsi l’epiteto di «magnifico mistificatore»: al pittore Hubert Robert, nato e morto a Parigi (1733 -1808), la National Gallery di Washington dedica una mostra, fino al 2 ottobre, che ripercorre i meandri di una copiosissima produzione. La sua fama si lega principalmente alla raffigurazione di rovine: non a caso i contemporanei lo avevano soprannominato Robert des ruines: ne disegnò e dipinse a centinaia, fino a configurarsi come uno specialista nel ritrarre demolizioni e nel pensare ricostruzioni. Robert si distinse anche come primo conservatore di quadri del Musée Royal, e successivamente partecipò, brillando per competenza e dedizione, alla sistemazione del primo nucleo del Louvre

L’apprendistato, che servì a seminare quei talenti destinati a fruttificare con esuberante rigoglio, avvenne soprattutto in Italia. A Roma fu ammesso a frequentare i corsi dell’Accademia di Francia, dove ebbe modo di scoprire e ammirare il vedutismo di Giovan Battista Piranesi, che avrebbe poi arricchito con un’accesa sensibilità pittorica, venata di virtuosismi e sfumature rococò. E assai importante fu il suo incontro con il pittore francese Jean-Honoré Fragonard (tra i due sbocciò poi un’intensa amicizia) che del rococò fu uno dei principali esponenti. Da Fragonard mutuò in particolare il sapiente uso della luce, concepito come strumento chiave per conferire alla tela «la giusta personalità» e affidarle il «messaggio» che prende gradualmente forma nella mente dell’artista.
E in effetti la luce giocherà un ruolo decisivo nelle opere di Robert: quel potente chiaroscuro, tratto pregnante della sua cifra stilistica, è il viatico per esprimere con la forza dovuta l’intensità di tele raffiguranti paesaggi popolati da rovine e macerie.
La formazione di Robert fa poi tappa a Firenze, a Napoli e a Paestum: dagli appunti di questi viaggi di studio ricavò, tra l’altro, le incisioni della serie Les soirée de Rome. Significativo fu anche il suo soggiorno a Venezia, dove cercò di “rubare” i segreti del vedutismo di Canaletto. Un tratto caratteristico di Robert fu l’umorismo: esso si esprime, per esempio, nelle figure minute che fanno da contraltare ai paesaggi maestosi e che in qualche modo pongono un argine al debordare del solenne e del tragico. E l’umorismo si manifesta anche nelle sue mistificazioni: un palazzo antico di Roma è trasformato in un fienile, e sotto le volte maestose che richiamano la basilica di Massenzio alcune lavandaie sono intente a sciaquare e a stendere i panni.
Quando tornò a Parigi, dopo il soggiorno in Italia, l’artista si cimentò nella cronaca delle rovine e dei disastri locali. Nel giugno del 1781, durante una rappresentazione dell’Orfeo di Gluck, andò a fuoco l’Opéra del Palais Royal: in meno di sei settimane Robert, per fare memoria dell’evento, realizzò due tele complementari: una ritrae l’incendio notturno, l’altra le rovine ancora fumanti il giorno dopo. Tale impostazione attirò gli strali di Diderot, che gli rimproverò di aver deturpato l’estetica del disastro contaminadola con l’introduzione di prosaiche figure umane. Come ogni artista degno di questo nome, anche Robert, sebbene restio a conformarsi a paludati stereotipi, sentì potente l’influsso del pensiero dominante nella sua epoca. Ed il Settecento, per certi versi, fu il secolo delle “rovine” e dei sentimenti che esse destavano, anzitutto negli animi più sensibile e nelle menti più accorte. In quel secolo lo storico inglese Edward Gibbon scriveva Decadenza e caduta dell’Impero romano (1776), e il filosofo francese Constantin-François de Chasseboeuf de Volney meditava, contemplando i ruderi di Palmira in Siria, su Le rovine, ovvero le rivoluzioni degli imperi (1791): un libro che riconosce nelle rovine il simbolo della caducità dell’uomo e dei suoi sogni di gloria. Questo documento, rappresentativo dell’ultima fase dell’illuminismo, fu molto apprezzato da Hegel e anche da Napoleone, sebbene quest’ultimo non nascose, a lettura conclusa, il disagio derivante dal sentore di nefasti presagi. E il libro di de Volney suscitò l’interesse di Robert che trasferì in alcune sue tele — sempre in equilibrio fra realtà finzione — le meditazioni del filosofo francese.

di Gabriele Nicolò

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25 agosto 2019

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