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​Magistero dei luoghi

· Don Pino Puglisi ·

Papa Francesco ci sta progressivamente abituando, accanto al tradizionale Magistero della dottrina e dei gesti, a quello che potremmo definire Magistero dei luoghi. Facendosi pellegrino sulle tracce di alcuni presbiteri, sta disegnando una teologia del vissuto, alla quale riconnette una originale teoria dell’identità del prete cattolico per i nostri tempi.

Padre Puglisi cuoco in un camposcuola a Godrano

Così, la visita dello scorso maggio alla Comunità di Nomadelfia, fondata da don Zeno Saltini per additarlo come cultore della legge della fraternità. Ancora, in aprile, ad Alessano e Molfetta ha ricordato don Tonino Bello, l’uomo della nonviolenza, come stile di vita derivato inscindibilmente dal Vangelo, presentandolo in correlazione con il pane di vita eucaristico, che è anche pane di pace, nonché con la Parola che trasforma. Il 20 giugno 2017, a Bozzolo, sulla tomba di don Primo Mazzolari, e poi a Barbiana, su quella di don Lorenzo Milani, lo stesso Francesco li aveva definiti «due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale, essi danno vita a un vero e proprio magistero dei parroci». Ora questo peculiare Magistero dei luoghi si completa con un nuovo tassello, in occasione dell’anniversario dell’uccisione del martire don Pino Puglisi, in odium fidei per mano di sicari della mafia palermitana.

Il Papa in Sicilia incontrerà prima i fedeli di Piazza Armerina e poi celebrerà a Palermo la messa nella memoria liturgica del beato, dialogando con clero, religiosi, seminaristi e giovani. Lo farà in una terra porta del Mediterraneo, «una sorgente inestinguibile di creatività, un focolare vivente e universale dove gli uomini possono ricevere le luci della conoscenza, la grazia della bellezza e il calore della fraternità», come scriveva La Pira. La visita in forma privata alla parrocchia di San Gaetano al quartiere Brancaccio e alla casa di don Puglisi ci parlerà del senso da conferire nel vissuto ecclesiale e pastorale a luoghi nei quali il beato ha speso l’ardore sacerdotale e il coraggio di una vita di prete offerta per il Vangelo. Voleva salvare bambini e adolescenti dall’illegalità e dalla violenza. Credeva nella pastorale giovanile, esercitata a Brancaccio come già aveva fatto a Godrano, comune del palermitano dove era stato “confinato” nel 1970 dopo l’accusa di essere un prete rosso, e dove aveva organizzato iniziative per i fanciulli e settimane per il Vangelo per le famiglie.

Ne era scaturita un’esperienza fondamentale per imparare a tagliare le radici dell’odio, vivendo una vita semplice, sobria, frugale, alla quale si uniformò con convinzione per condividere con gli ultimi il pane e il vino, oltre che una cristiana visione della vita. Col Vangelo in una mano e il giornale nell’altra, don Pino non si proponeva solo di cambiare il quartiere: «C’è una illusione che non possiamo permetterci — affermava — ed è quella di poter cambiare il quartiere. Quel che si può fare è proporre un’alternativa ai modelli culturali violenti della mafia, lasciare un segno, gettare un seme nei cuori».

Aggiungeva, anticipando i tempi: «Quella mafiosa non è solo una società (clan o cosca o famiglia), è a suo modo una cultura, un’etica, un linguaggio, un costume. Malgrado tutte le sue mimetizzazioni, si tratta di una cultura anti-evangelica e anti-cristiana, addirittura, per certi aspetti, satanica: essa stravolge termini che indicano valori positivi e cristiani come famiglia, amicizia, solidarietà, onore, dignità. Li carica di significati diametralmente opposti a quelli cristiani allo scopo di dominare con la prepotenza, la complicità, l’asservimento e il disprezzo dell’altro, il diritto-dovere di farsi giustizia da sé».

Con la sua morte tragica don Pino se n’è andato da una terra che dal cielo feconda col sangue del suo martirio. Il 31 gennaio 2017, a Santa Marta, riprendendo Tertulliano, papa Francesco ha opportunamente evidenziato che il sangue dei martiri è seme dei cristiani: «I martiri sono quelli che portano avanti la Chiesa, sono quelli che sostengono la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi». Recarsi alla casa del beato, allora, significa ricordare la notte drammatica del suo assassinio, ma anche sognare un modo nuovo di essere Chiesa e preti. La fede del buon pastore Pino Puglisi, per come evidente, dava e continua a dar fastidio a quanti preferiscono seguire indicazioni della legge della violenza e della morte. La sua fede è luce sui nostri semibui tempi postmoderni, in cui le forze del male, spesso aggregate e organizzate in consorterie criminali, attaccano, corrompono ed eliminano quanti continuano a seminare germi di bene. E soltanto chi è disponibile a perdersi pur di salvare l’altro, perfino il nemico, imita davvero la morte sacrificale di Cristo.

Perché, come osservava lo stesso Puglisi, «è difficilissimo morire per un amico, ma morire per dei nemici è ancora più difficile. Cristo però è morto per noi quando eravamo ancora suoi nemici. Dio ci rimane sempre accanto, è la costanza dell’amore fino all’estremo limite, anzi senza limiti. Ecco il motivo della nostra gioia».

di Vincenzo Bertolone

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26 settembre 2018

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