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Magic Land

· ​In "Terre senz'ombra" il paesaggio italiano come protagonista della storia dell'arte ·

Quando accade, nella storia dell’arte, che il paesaggio diventa soggetto protagonista di un quadro? La risposta ce la dà Anna Ottani Cavina nel libro Terre senz’ombra (Milano, Adelphi, 2015, pagine 472, euro 50). Questo fatto nuovo, di rivoluzionaria portata e carico di futuro, avviene all’inizio del Seicento, il secolo che apre alla modernità con Galileo Galilei e Blaise Pascal, con Baruch Spinoza e Isaac Newton, con Caravaggio e Velázquez.

Thomas Jones, «Il lago di Nemi a Genzano» (1777)

Due dipinti, divisi da pochi anni, marcano il passaggio epocale. Il primo è la Lunetta Aldobrandini di Annibale Carracci della Galleria Doria Pamphili, databile al 1602-1603; l’altro è un piccolo rame, custodito alla Alte Pinakothek di Monaco, che Adam Elsheimer, pittore tedesco residente a Roma, firmò e datò al 1609. Tutti e due hanno per oggetto la Fuga in Egitto ma il viaggio della sacra famiglia verso terre sconosciute è solo un pretesto per raccontare il paesaggio; un paesaggio epico, eroico, la campagna romana trasformata in scenario per antichi prodigiosi eventi, nel caso di Annibale.
Per Elsheimer ciò che interessa è la sosta dei santi personaggi sulla riva del Tevere in una notte di luna piena. Questo dipinto è il primo ritratto veritiero di un cielo stellato nella storia dell’arte. Ci sono le macchie sulla faccia della luna ed è la prima volta che ciò viene registrato in pittura; ci sono le stelle del planetario, l’Orsa Maggiore, Orione, Arturo, le Pleiadi. C’è la via Lattea, intesa e rappresentata non come un fluido luminoso ma come aggregazione di miriadi di stelle.
L’intuizione che, insieme alla scoperta delle macchie lunari, fra un anno (1610) Galilei consegnerà al suo Sidereus nuncius, diventa con Elsheimer rappresentazione figurativa. Forse il pittore tedesco aveva conosciuto Galilei, magari a Venezia dove entrambi avevano abitato e lavorato? Forse aveva sentito parlare delle sue scoperte astronomiche a Roma negli ambienti scientifici dei gesuiti? Non lo possiamo escludere. Credo però, insieme all’autrice del libro, che nell’anno 1609 Elsheimer abbia pensato e dipinto in termini galileiani, abbia guardato il cielo stellato con una sensibilità percettiva e riflessiva di tipo galileiano.
Ottani Cavina — per lunghi anni ordinaria di storia dell’arte all’Alma Mater di Bologna, creatrice e direttrice della Fondazione Zeri e ora docente alla Johns Hopkins University — si è occupata in più occasioni di paesaggio nella pittura italiana ed europea. Questo libro, magnificamente illustrato, è la sintesi di una vita di studi. Studi fatti di fulminee intuizioni, di impeccabile scrutinio filologico, sostenuti da una scrittura coinvolgente, seduttiva che permette di attraversare senza fatica, senza noia, le oltre quattrocento pagine di testo.
Il libro è gremito di autori, di fatti e di opere. C’è Poussin, nume tutelare della pittura en plein air, che attraversa l’agro romano popolato di querce (l’albero di Poussin), il deserto che circonda Roma come un sudario e lo trasforma nel paesaggio ideale, elegiaco dove hanno luogo le sue scene mitologiche. Poussin, il pittore della pura idealità nel quale, per dirla con Gide, «il pensiero diventa immagine, si fa plastico».
C’è il viridario di Livia Drusilla moglie dell’imperatore Augusto. Mi riferisco alle pareti domestiche della villa di Prima Porta rampicanti di fiori e di uccelli, oggi affreschi staccati che si conservano nel Museo nazionale romano e che, per uno di quegli effetti carsici così frequenti nella storia dell’arte, riemergeranno molti secoli dopo nelle Stanze Paese di Rodolfo Fantuzzi e di Giacomo Savini nei palazzi e nelle ville del Settecento bolognese. Ci sono i pittori stranieri (francesi, inglesi, tedeschi, scandinavi) che arrivano in Italia per studiare Raffaello e l’antico, e che ci restano, sedotti dalla luce, dal sole, dalla bellezza dei luoghi, dal rigoglio e dallo splendore della natura.
«Conosci tu il Paese dove fioriscono i limoni?»: alla domanda di Goethe, fra xviii e xix secolo, molti artisti risposero e con entusiasmo affrontarono il viaggio in Italia. Fra questi un posto speciale merita il pittore inglese Thomas Jones che fu in Italia, a Roma e Napoli, fra il 1776 e il 1783. Magic Land si intitola il capitolo a lui dedicato e sono le pagine forse più belle del libro. È straordinaria la vicenda umana e artistica di questo inglese che racconta nel suo diario di un’Italia sporca, truffaldina, violenta, che vive poveramente, oberato dai debiti, inviso ai suoi connazionali e che tuttavia dipinge quadri di paese fra i più belli di tutto il Settecento europeo.
Quando va a Napoli e lì risiede per qualche tempo (è il periodo più alto della sua produzione pittorica) non dipinge il Vesuvio, Mergellina o la Riviera di Chiaia. Non gli interessa la Campania felix cara a Jacob Philipp Hackert, il pittore amico di Goethe. Gli interessano i non luoghi: un muro ingrommato di salnitro, splendido nella luce meridiana, una casa diroccata con panni stesi alla finestra, una piccola cupola sopra la linea dei tetti.
Per Thomas Jones (ce lo fa capire nelle sue opere e quasi a ogni riga del suo straordinario diario) l’Italia è stata davvero the Magic Land. Tale è stata anche per i tanti altri artisti che popolano le pagine del libro; per i francesi Louis Gauffier, Germain Drouais, Etienne Boullée, Francois Granet, per gli inglesi Ruskin e Turner, per gli scandinavi come il danese Carl Hansen

di Antonio Paolucci

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11 dicembre 2019

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