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Maestri del colore tra fedeltà storica e fantasy

· I grandi artisti nelle serie televisive ·

Non capita spesso che una serie televisiva recente parli di storia dell’arte. L’inglese Disperatamente romantici, del 2009, sulla confraternita dei pittori preraffaelliti nell’Inghilterra vittoriana, non gode certo di grande compagnia, e per trovare qualche artista famoso nella serialità contemporanea, torna utile anche il piccolo, tenero omaggio che una puntata della nuova, fantascientifica Doctor Who — la decima della quinta stagione, del 2010 — rende a Vincent Van Gogh: il protagonista della serie, l’alieno viaggiatore del tempo, conosce il pittore fiammingo e lo conduce presso il museo D’Orsay, a Parigi, dove alcuni suoi quadri sono esposti. L’artista ne rimane meravigliato e si commuove quando un esperto spiega che secondo lui «Van Gogh è il più grande di tutti, il più famoso e il più amato. La sua padronanza del colore è magnifica — continua lo studioso — egli trasformò il dolore, il peso della sua vita tormentata, in estatica bellezza». 

Antonio Banderas nei panni di Picasso

Oggi, quel gracile rapporto tra arte figurativa e serie tv trova nutrimento nel tributo che il «National Geographic» concede a Pablo Picasso: la seconda stagione dell’antologica Genius, prodotta dalla società di Ron Howard — che dirige anche il primo episodio — è dedicata all’artista spagnolo, ben interpretato, quando adulto o anziano, da Antonio Banderas. L’intera vita di Picasso scorre lungo le dieci puntate trasmesse dal 10 maggio scorso sul canale 403 di Sky, che dipingono un personaggio resistente all’eccessiva semplificazione e alla cui grandezza di artista (dai quadri «vivi da far quasi sentire l’odore del fumo e i profumi» a quelli che «vogliono distruggere le regole») corrispondono i limiti di un uomo, a cominciare dal rapporto viscerale e controverso di Picasso con le donne: «Pablo non ha mai amato nessuno per davvero — sostiene il personaggio di Dora Maar, a lungo compagna dell’artista —, non sa come si fa», spiega la donna a Françoise Gilot, quando questa inizia una relazione con lui. «Si stancherà di te come di tutte quelle di cui si innamora», l’avverte ancora Dora, perché le relazioni sentimentali di questo Picasso finiscono per sgretolarsi sotto i colpi del suo impeto creativo. «Non per me», risponde il genio a chi gli ricorda che esistono cose più importanti dell’arte. «Non posso», replica a chi gli consiglia di separare la vita dall’arte, da lui concepita come continua ricerca di nuove strade espressive. «Un artista — ribatte Picasso a chi non comprende un suo ritratto — deve sempre vedere sotto la superficie. Non è più tempo di mostrare le persone come sono: per quello c’è la fotografia».
E proprio il tempo gioca un ruolo importante nella serie: è spezzatino narrativo che vivacizza il racconto frammentandolo, saltando avanti e indietro su una linea che dal 1881 — anno in cui Picasso nasce — arriva alla sua morte nel 1973. Ma è anche il tempo della storia che scorre addosso al personaggio nutrendolo continuamente: le due guerre mondiali, Francisco Franco e il bombardamento di Guernica, il nazismo e la Parigi occupata, il comunismo e il rapporto di Picasso con gli altri artisti del suo tempo, Matisse e Braque in testa. Tutto questo soffia sul protagonista energizzandolo, e garantendo alla serie un grado di storicizzazione sufficiente a difendere i suoi aspetti didattici dal morso delle esigenze spettacolari di tanto racconto audiovisivo contemporaneo. Facilmente, oggi, quel rigore storico che ad esempio caratterizzava certi sceneggiati Rai sui grandi artisti del passato, può intiepidirsi contaminandosi col bisogno di eccitare e di stupire.
Lì, la ricostruzione storica era accuratissima e comunicata con chiarezza; addirittura, nel Caravaggio di Silverio Blasi del 1967 — quello con Gian Maria Volontè — prima che i personaggi comparissero, una corposa introduzione spiegava come si era lavorato per sopperire alla frammentarietà biografica: «I documenti mancanti — si svelava — sono stati integrati con un lavoro mirato a rimanere coerente con lo spirito del pittore e dell’epoca, secondo le indicazioni dedotte dai testi storici e biografici più seri». Lo spettatore era avvertito che avrebbe trovato più di quanto accertato dagli studi, ma «sempre nell’ordine del verosimile», perché il lavoro immaginativo voleva «chiarire, non deformare o falsare». Nel bianco e nero di quel Caravaggio, nei suoi interni teatrali ed essenziali, nel tempestoso e tormentato muoversi del personaggio, abbondavano parole precise scambiate tra lui e le miserie e le nobiltà del tempo, e quei dialoghi interagivano con le copiose ma ossigenanti puntualizzazioni della voce narrante. Prendeva forma viva quell’epoca complessa, e il pensiero artistico di Caravaggio reagiva fecondamente col momento allora vissuto dall’arte figurativa. Non c’è paragone, ovviamente, tra la fotografia minimale del vecchio Caravaggio e quella recente, sempre Rai, di Angelo Longoni, del 2008, con Alessio Boni e la straordinaria illuminazione di Vittorio Storaro. Ma alla poca spettacolarità del primo corrispondeva una polposa quantità di argomentazioni, che goccia dopo goccia restituivano la comprensione dell’artista e dell’uomo, pur in assenza di un arredamento lussuoso che però non sempre copre i limiti di un’immersione nella storia esageratamente mordi e fuggi. La stessa consistenza del primo Caravaggio appartiene a La vita di Michelangelo, sempre di Silverio Blasi, del 1964, sempre con Gian Maria Volontè.
Qui di nuovo la voce narrante, letteraria e musicale, arieggia una narrazione sobria ma nutriente, e che dire, poi, del lavoro del 1971 dedicato a La vita di Leonardo da Vinci ? Nelle sei ore circa dirette da Renato Castellani, tra gli abiti e le scenografie rinascimentali si muove un uomo in giacca e cravatta: è l’attore Giulio Bosetti, una guida che sfoglia libri e documenti, comparando studi diversi sull’artista toscano per riconsegnarlo in tutta la sua realistica complessità, insieme all’affresco del contesto culturale e politico in cui Leonardo si mosse. Il paragone, stavolta, è con l’angloamericana Da Vinci’s demons — tre stagioni dal 2013 al 2015 — in cui Leonardo è anche uomo di azione, e il fantasy e il mistery penetrano spavaldamente nella storia. Meglio la semplicità, l’accumulo di elementi reali che lentamente ritraggono un artista, anche perché, trattandosi di personalità solitamente vulcaniche, basta il vero a rendere il racconto appassionante. Vale anche per il ritratto di Antonio Ligabue realizzato per la Rai da Salvatore Nocita nel 1977, dove un appassionato Flavio Bucci pennellava un indifeso, tenero, selvaggio e spaurito uomo in una bassa padana umida e nebbiosa, tagliata dal Po e dalla storia. Una pianura contadina che in dialetto osservava la sofferenza di un ultimo, «forse un po’ matto, ma cattivo no», anzi giusto e di buon cuore. Deriso, ma grazie all’arte uscito dal bosco fino a essere chiamato «signor Ligabue», fino ad annusare la tenerezza e le relazioni che nutrono e guariscono. Un ritratto, quell’intenso Ligabue, ancora libero e voglioso di comunicare onestamente con un pubblico di cui si aveva fiducia, considerato capace di apprendere. Oggi sono cambiati i tempi, ovviamente, e il linguaggio vi si deve adattare, ma questo non deve significare mai rinunciare all’idea di una narrazione televisiva didattica che voglia il bene del pubblico e non si preoccupi soltanto di incollarlo allo schermo. Magari, allora, questa serie su Picasso — oltre a rianimare il rapporto tra serialità e storia dell’arte — può rafforzare l’esempio per una buona relazione tra intrattenimento e contenuti.

di Edoardo Zaccagnini

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12 novembre 2019

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