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​Madre Fortezza

· Un documentario sul coraggio dei religiosi rimasti in Siria durante la guerra ·

«Strano: è illegale portare fuori un bossolo vuoto, ma è perfettamente legale portare in Siria centinaia, migliaia di armi di ultima generazione». Madre Agnes sta parlando a un meeting internazionale, sta raccontando la guerra con l’accorata sobrietà di chi l’ha vista da vicino. Parla con un tomo di voce calmo e fermo, ma negli occhi scuri brucia ancora un dolore talmente profondo da non poter essere facilmente condiviso.

Il bossolo di cui parla è una reliquia trovata accanto ai resti dei martiri di Maalula, i cristiani uccisi nel villaggio dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù; voleva portarla con sé per far vedere ai suoi interlocutori occidentali qualcosa di concreto, un segno materiale dell’immane tragedia che da otto anni travolge il suo popolo, ma le è stato requisito prima dell’imbarco in aeroporto. A madre Agnes, alle sue consorelle del monastero di San Giacomo il mutilato a Qara (a novanta chilometri a nord di Damasco) e ai frati francescani che non hanno mai abbandonato la loro missione in mezzo al popolo siriano, anche in piena avanzata dell’Isis, Maria Luisa Forenza ha dedicato un documentario straziante e bellissimo nella sua nuda essenzialità, Mother Fortress, presentato mercoledì scorso nella Filmoteca Vaticana nell’ambito del Tertio Millennio Film Fest, unico film italiano in concorso.

Un caso più unico che raro anche per altri motivi, tecnici e stilistici insieme: è stato prodotto interamente dalla regista, in modo da poter avere una libertà di stile (e anche di contenuto) impossibile con un finanziatore esterno. E si vede.

Non c’è nessuna tesi precostituita da dimostrare, nessuna tifoseria da assecondare, non ci sono linee di demarcazione nette da disegnare con l’autocad di uno schema astratto, già deciso a tavolino; il rispetto per i testimoni e la reale apertura ad ascoltare quello che raccontano non potrebbero essere più grandi.

«Un grave problema della nostra cultura — ha detto Maria Luisa Forenza durante la première, dopo gli interventi dell’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, e di Flaminia Giovanelli, già sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale — è che “mentalizziamo” tutto; la realtà non ci raggiunge più». C’è una sorta di analfabetismo di ritorno, nel mondo dell’immagine, che non possiamo più ignorare. Siamo ostaggio di un estetismo fino a se stesso se il direttore della fotografia prende il posto del regista come spesso, più spesso di quanto immaginiamo, succede nella settima arte.

Le immagini di Mother Fortress — accompagnate da un variegato tessuto sonoro che intreccia francese, inglese, arabo, canti liturgici nella cappella del monastero, echi di mortaio in lontananza, melodie pop alla radio, il colpo secco di un camion carico di viveri che si chiude quando viene preso d’assalto dalla folla affamata — non vogliono raccontare solo gli orrori della guerra, ma anche il mistero del tempo e la tenacia della vita che germoglia instancabile anche nel deserto del male più estremo. Quella dimensione verticale della vita umana, che nessuna angoscia, nessuna morte riesce a spegnere. «È un viaggio materiale e spirituale — si legge nelle note di regia — nella ricerca personale sul tempo come idea-guida delle riprese. Tempo mitico, tempo cronologico, tempo liturgico o kairòs, colto nell’oscillazione fra realtà quantitativa e dilatazione del presente».

La telecamera non cerca mai l’effetto facile; gli orrori di Daesh, i rapimenti, le minacce, le torture, le decapitazioni, vengono raccontati alle suore dalle profughe ospitate in monastero in cucina, mentre tagliano le verdure per preparare il pranzo o scaricano i sacchi di riso. «Il ceceno ha sposato la moglie. Poi l’ha uccisa davanti a suo marito. Poi ha ucciso anche il marito».

Accanto ai fornelli c’è anche una giovane mamma musulmana, che non rinuncia a un filo di kajal, da ritoccare subito quando viene lavato via dalle lacrime. «Mio marito è morto in guerra due anni fa. Ho due bambini, sono sola, se non mi avessero accolto qui non avrei saputo dove andare». Gli scheletri dei palazzi di Deir ez Zor, completamente distrutti da un assedio durato tre anni, vengono inquadrati mentre le camionette dell’Isis sono ancora a duecento metri di distanza, dietro le colline. Gli abitanti del quartiere si fanno largo in mezzo alle macerie con orgoglio, per mostrare alla troupe che la ricostruzione è già iniziata.

Alla suora sudamericana, arrivata a Qara pochi mesi prima che scoppiasse il conflitto, sfugge un sorriso; sta parlando della pace profonda che sente nel cuore da quando è in convento, e si è appena sentita l’eco di un colpo di mortaio. «Sono a est, e sono anche a ovest. Noi siamo in mezzo» continua un frate francescano — capelli rossi e accento yankee, viene dal Colorado — spiegando quanto sia strategica la vallata in cui sorge il convento. Soli a presidiare la fortezza, parafrasando il titolo di uno splendido libro della scrittrice americana Flannery O’ Connor, durante una guerra che, quando la troupe ha iniziato a girare rischiando, letteralmente, la vita ogni giorno durante le riprese, ha raggiunto vertici di ferocia difficili da immaginare.

Il titolo del documentario, Mother Fortress, spiega Maria Luisa Forenza, è un diretto richiamo alla fortezza romana di Qara, trasformata in monastero dalle prime comunità cristiane, splendente sotto il sole con le sue pietre bianche murate di fresco. Il convento venne completamente distrutto dagli ottomani nel 1720; durante l’attacco furono uccisi gli oltre cento monaci che vivevano nell’edificio. Nel 1993 il vescovo di Homs ha dato mandato a madre Agnes di ridare vita a queste rovine, è così è stato. Insieme alle consorelle, ha avviato la rinascita materiale e spirituale di questo luogo, in collaborazione attiva con i villaggi limitrofi, che ha visto il fiorire di cooperative agricole e forme di mutua assistenza sociale. Prima della guerra, ovviamente; solo otto anni fa, ma sembrano passati secoli. Adesso la priorità è assistere orfani, profughi e vedove, cristiane o sunnite, nel modo più concreto possibile, scaricando casse di attrezzi chirurgici, organizzando ospedali da campo, sistemando rotoli di bende sugli scaffali, spostando sacchi di cibo in magazzino.

«La parola fortezza — spiega la regista — è anche un richiamo alla forza dei monaci che hanno resistito alla guerra. E un riferimento alle quattro virtù cardinali, perché siano monito per tutti». Tra i ringraziamenti di rito c’è anche la dea Ishtar — in omaggio all’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, presente alla proiezione del documentario alla Filmoteca Vaticana — e ci sono soprattutto due alleati invisibili ma potenti, la Vergine Maria e san Michele Arcangelo. Durante i viaggi in macchina, in mezzo alla desolazione della guerra in corso, nel mirino di armi sofisticate che possono uccidere anche a quattro, cinque chilometri di distanza, le suore pregavano incessantemente Maria recitando il rosario per chiedere aiuto e protezione. «Il mio amico tassista adesso ha una luce negli occhi che umanamente è inspiegabile — racconta un giovanissimo frate francescano siriano — perché è stato plasmato dalla sofferenza. A causa del suo lavoro è passato ogni giorno, per settimane, accanto a corpi che non potevano essere sepolti se non a rischio della vita». Anche madre Agnes ha visto centinaia di cadaveri abbandonati ai lati della strada, come racconta mentre riempie di pigmento bianco l’aureola di un’icona.

«Ho trovato una grande forza — spiega la regista — una grande vitalità e un amore per la vita che non immaginavo possibile in tempi di guerra». Un amore che giunge a vertici incomprensibili nel terribile, struggente racconto finale. Che sarebbe riduttivo descrivere qui: meglio ascoltarlo dalla voce di madre Agnes il prossimo 19 dicembre, quando il documentario sarà proiettato (a ingresso libero) nella Casa del Cinema di Villa Borghese a Roma.

di Silvia Guidi

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21 marzo 2019

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