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​Macabro pasto

· ​Antropofagia nel Medioevo in un libro di Angelica Aurora Montanari ·

«Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». La vicenda del conte Ugolino e del suo «fiero pasto» di carne umana, descritta da Dante nel XXXIII canto dell’Inferno, è conosciuta in ogni dove. Meno noti, invece, sono i circa quindici casi di cannibalismo riportati tra il XIV e il XVI secolo dalle cronache cittadine dell’Italia centrosettentrionale. Lo scrive Giovanni Cerro aggiungendo che a fare luce su di essi e sul tema dell’antropofagia nel medioevo è la storica Angelica Aurora Montanari, dottore di ricerca all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e collaboratrice dell’Università di Bologna, nel volume Il fiero pasto. Antropofagie medievali (Bologna, Il Mulino, 2015, pagine 238, euro 22). A differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, gli episodi in questione non sono legati alla scarsità di cibo o alle carestie, ma a pratiche di violenza connesse all’endemica conflittualità urbana tra basso medioevo e prima età moderna. Nell’ambito di congiure, tirannicidi, scontri tra fazioni e vendette private, l’antropofagia si trasforma in un rituale volto non a saziare la fame di chi lo compie, come nel caso di Ugolino, ma a infierire brutalmente sulle spoglie del nemico, che viene punito per le sue colpe e i suoi misfatti politici.

Giovanni Stradano, «Racconto di Ugolino» (1587)

Il cibarsi di membra umana è preceduto da gesti altrettanto macabri e altrettanto simbolici, quali la svestizione del cadavere, la sua mutilazione, l’esposizione al pubblico ludibrio e il trascinamento lungo le vie della città. Al di là di chi le perpetra, tutte le umiliazioni hanno come obiettivo la perdita di umanità del reo e la sua espulsione dalla comunità di appartenenza. È soprattutto attraverso l’antropofagia, però, che si decreta il suo abbassamento a una condizione bestiale: essendo ridotto a cibo, il corpo umano viene assimilato a quello animale.
E proprio di metafore ferine abbondano i documenti cronachistici. Nell’età di mezzo, le vittime di antropofagia possono essere non solo avversari politici e governanti poco attenti al bene della comunità, ma anche rivali in amore. A partire dal xii secolo la letteratura europea è ricca infatti di storie legate a un motivo particolarmente fortunato, quello del «cuore mangiato», che affonda le sue radici in campo mitologico. Al centro di questi racconti vi è uno schema semplice: un marito, accecato dalla gelosia, uccide l’amante della moglie e offre subdolamente alla donna il cuore dell’assassinato, spacciandolo per un’altra vivanda. Quando la donna scopre l’accaduto, muore per il dolore o si suicida, come nella nona novella della quarta giornata del Decameron.

Che si tratti di carestie o di rivolte, di tragiche vicende amorose o di preparati farmacologici, le fonti medievali parlano spesso di antropofagia. Sebbene maneggiando fonti di natura così diversa sia difficile distinguere tra topoi letterari e veridicità delle circostanze narrate, è pressoché indubitabile che gli uomini medievali ricorsero talvolta all’utilizzo di carne umana. È altrettanto indubitabile, però, che queste pratiche furono condannate con durezza, come dimostra il caso di Tommaso d’Aquino, che le considerava particolarmente pericolose. Secondo lui, l’antropofagia era contraria alla ragione umana perché colpevole di sovvertire l’equilibrio e l’ordine della natura stabilito da Dio. «Un singolo uomo malvagio — scriveva Tommaso — è in grado di provocare dei danni diecimila volta maggiore di quelli che può fare una bestia».

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