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Ma non paragonatemi a Woody Allen che suona malissimo

· Musicista mancato ·

Un po' festeggiato, un po' vittima dell'affettuosa perfidia degli amici, Pupi Avati ci racconta la jam session a lui dedicata, che ha portato sul palco del Teatro Sistina la sera dell'8 dicembre Lucio Dalla, Renzo Arbore, Lino Patruno (l'ex «gufo» che dagli anni Sessanta, insieme a Nanni Svampa, Roberto Brivio, Gianni Magni, è uno dei volti più amati del jazz e del cabaret musicale all'italiana); una festa molto bella ma agrodolce, come (quasi) tutte le cose vere, come il film che ciascuno di noi ha in sorte di vivere, non rivisto e corretto dall'abile penna di uno sceneggiatore, o reso più vivace e sintetico da qualche sapiente taglio di montaggio. Un film che possiamo personalizzare in molti modi, di cui possiamo modificare molti aspetti, ma non tutti, visto che non si può prescindere dal «kit iniziale» che ci viene dato in dotazione, fatto di talenti, capacità, desideri, aspirazioni, potenzialità e limiti, ma anche di precise coordinate spazio temporali come il luogo e la data di nascita, il nome e la storia dei genitori. Premesse che non possono essere ignorate, a meno di non incappare in gravi frustrazioni, delusioni a lungo termine e  «colossali perdite di tempo». Ma su questo ascoltiamo direttamente il regista «vittima» della festa che si è svolta al Sistina, in occasione del conferimento del premio Roma Film Festival.

Più che una tradizionale serata d'onore «alla carriera», un omaggio su misura per l'appassionato di jazz che a Bix Beiderbecke ha dedicato un film restaurando persino la sua casa natale a Davenport.

È stata una cosa molto carina, però è stato come riaprire una vecchia ferita. Un summit di clarinettisti bravissimi per festeggiare un clarinettista mancato! C'erano musicisti davvero pieni di talento, come Lucio Dalla, Renzo Arbore e Giovanni Saint-Just  — mi raccomando, scriva bene il cognome, Saint-Just, come il ghigliottinatore della rivoluzione francese — Io tra loro, sul palco del Sistina ero il soccombente.

Nel cinema non mancano precedenti celebri di clarinettisti di belle speranze che hanno dovuto «accontentarsi» di diventare registi: Woody Allen (al secolo Allan Stewart Königsberg, il nome d'arte è un omaggio al clarinettista jazz Woody Herman), si esibisce in tutto il mondo con la sua New Orleans Jazz Band. Qualche mese fa ha suonato a Venezia e a Roma, è andato a sentirlo?

Woody Allen suona male! Il divario è veramente troppo evidente. Ha bisogno di tre musicisti che lo sorreggono, semiprofessionisti con cui suona da tanti anni a New York; il loro obiettivo è il divertimento, è evidente che si divertono molto a suonare insieme. Purtroppo io non riesco a non essere competitivo in quello che faccio, non riesco a trasformare in hobby niente. Il mio obiettivo è sempre la battaglia, non riesco a essere «leggero» come loro. Di solito tengo il clarinetto ben chiuso nell'astuccio, ma quando suono mi chiudo in casa e sigillo con il nastro adesivo porte e finestre per evitare che qualcuno mi senta per sbaglio.

Spesso, quando parla in pubblico, soprattutto ai ragazzi che stanno cercando di entrare nel mondo del lavoro, emerge una preoccupazione educativa interessante: il suo consiglio è di essere pronti a riconoscere la differenza che c'è tra talento e passione, due aspetti che è facile confondere. Meglio capire presto su cosa investire tempo, fatica, aspirazioni?

Al centro degli incontri che faccio, ormai da tanti anni, c'è spesso questo tema. Mi capita di ripeterlo parlando ai giovani, ma non solo ai giovani; la ricerca della propria vocazione, del proprio talento è un dovere, che uno deve avvertire a qualunque età. È un nodo da sciogliere prima o poi, prima che tutte le luci si spengano uno lo deve sapere, ha il dovere di sapere chi è e dirlo agli altri; dirlo concretamente, attraverso le cose che fa. Non è un'autocertificazione, non si trova scritto sulla patente, accanto al codice fiscale, il talento è molto importante andarlo a cercare sapendo che c'è, perché identità e talento sono sinonimi. I talenti devono e possono emergere in famiglia, in parrocchia, a scuola, all'università, nell'ambito in cui si vive.

Eugenio Montale sognava di diventare un cantante d'opera ma l'imbarazzo di salire sul palco e la pericolosa vicinanza di sublime e ridicolo che ben conosce chi ama la lirica lo paralizzarono. Prima di capire che il suo posto era nella tribuna stampa, critico teatrale per il «Corriere della Sera». È andata così anche nel suo caso? Quando gli spartiti hanno lasciato il posto alle note di regia?

È stato il cruccio della gran parte della mia vicenda umana, per tutta la giovinezza, pensare che la passione potesse bastare a ottenere certi obiettivi, supplire alla mancanza di talento. Volevo che la musica diventasse la mia professione; non è andata così. La musica per me è stato il campo di battaglia che alla fine mi ha visto sconfitto, per questo dico che l'altra sera sul palco c'erano i vincitori ed io ero il soccombente. Un talento non significa «farsi piacere qualcosa». Essere affascinati da una persona e cercare di imitarla non basta, è solo un punto di partenza.

Ai ragazzi che incontra ripete che vale comunque la pena di rischiare, mettersi in gioco, con l'umiltà di accettare quello che al vaglio della realtà risulta essere il proprio cammino e il proprio posto nel mondo.

Prendere atto di quello che si è, diventare consapevoli di una propria defaillance aiuta a crescere, a maturare, attraversare questo dolore è un modo di conoscere se stessi. Io sono riconoscente per il cammino compiuto, nonostante sia stato un percorso faticoso non sono stati anni buttati. Il cinema in parte mi ha risarcito; ma nella vita comunque serve uno sguardo onesto su di sé che non è facile da conquistare.

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12 dicembre 2019

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