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Ma il patriottismo non è retorico

· Memoria tra Risorgimento e Resistenza ·

Aldo Cazzullo, inviato del «Corriere della Sera» e scrittore, in Viva l’Italia. Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione (Milano, Mondadori, 2010, pagine 157, euro 18,50) presenta centocinquanta anni di storia italiana attraverso le vicende di protagonisti, celebri o dimenticati, dell’epopea risorgimentale e della seconda guerra mondiale. In quest’ottica resta incompresa la figura di Pio IX, mentre emergono vividi i tratti di molti cattolici italiani in una narrazione partecipe e coinvolgente. Dal libro pubblichiamo la prefazione e, sotto, uno stralcio del quarto capitolo.

Proprio mentre si apprestano a celebrare i centocinquant’anni della fondazione del loro Paese, gli italiani sembrano essere sempre meno interessati a conoscere e a riconoscere la loro italianità. Eppure non sono mancati nella storia di questi centocinquant’anni i momenti in cui il senso di appartenenza civica alla comunità nazionale, e addirittura un vero e proprio sentimento d’amore per la patria, sono emersi ad accompagnare e a sottolineare gli avvenimenti del Paese, soccorrendolo nei momenti di crisi.

Quando scrissi la canzone Viva l’Italia mi era sembrato naturale ricordare — anche se con un mezzo così elementare come può essere qualcosa che dura poco più di tre minuti — quella forte risposta collettiva che l’Italia seppe dare al terrorismo alla fine degli anni Settanta. Nonostante ciò la canzone, che pure era piena di chiaroscuri e — credo — non del tutto retorica, non piacque a chi nel pubblico aveva sempre considerato i valori patriottici un retaggio reazionario, patrimonio della destra e dei «fascisti» tout court. A nulla valeva ricordare, come feci allora con un mio amico assai politicamente corretto, che la maggior parte delle lettere dei condannati a morte della Resistenza si concludevano proprio con queste parole di invocazione e di consapevole memoria. Niente da fare, nonostante tutto Viva l’Italia imbarazzava. Dire o anche solo pensare questa semplice frase poteva essere spiazzante. Rimandava nel migliore dei casi a un Risorgimento polveroso, studiato in fretta in vista dell’esame di maturità e altrettanto frettolosamente archiviato. O magari alla parata militare del 2 giugno, o alla fanfara dei bersaglieri. A nulla di troppo contemporaneo, insomma.

Eppure, in un bellissimo film di grande successo popolare come La grande guerra c’è molta patria. Due improbabili eroi, che per tutta la durata della pellicola sembrano spalmati sui peggiori stereotipi dell’italiano furbo e un po’ vigliacco, si fanno fucilare dagli austriaci pur di non tradire il loro paese. E il contractor Fabrizio Quattrocchi (e qui non siamo in una fiction), prima di essere giustiziato in Iraq da un gruppo terroristico, grida una frase — «Adesso vi faccio vedere come muore un italiano» — che potrebbe essere l’invocazione di un eroe risorgimentale o di un martire di via Tasso. Quattrocchi verrà insignito di medaglia d’oro al valor civile, e questa decisione sarà accompagnata da incomprensibili e indegne polemiche.

Se ci chiediamo il perché di tutto ciò, le risposte possono essere infinite e anche vagamente imbarazzanti. Certo è mancato nella storia del nostro Paese l’equivalente della Rivoluzione francese, quel momento fondativo in cui popolo, Stato e nazione si autoidentificano e scrivono insieme le proprie leggi. Anche la Resistenza, che sta alla base della nostra attuale Costituzione e che pure fu guerra di liberazione nazionale, non sempre condivise in maniera univoca il progetto di una nuova Italia. Né mancarono episodi come quello di Porzûs in cui la Resistenza tradì se stessa insieme ai valori della patria.

Se poi vogliamo addentrarci nell’antropologia spicciola dei luoghi comuni, dobbiamo riconoscere negli italiani una buona dose di indifferenza verso tutto ciò che è pubblico. In noi sembrano convivere da sempre una ferma volontà di distinguerci e dividerci a ogni costo e uno scetticismo furbo e indolente verso ogni valore collettivo. Gli italiani sono fatti così, si dice. Affermazioni risapute e forse non del tutto vere, e che però non possiamo eludere nel momento in cui ci interroghiamo sulla nostra storia e sul nostro carattere di cittadini. O, se nessuno si scandalizza, di patrioti.

La nostra storia: ma davvero dobbiamo rassegnarci a una visione di noi stessi così negativa, davvero dobbiamo ringraziare solo il famoso stellone per tutto ciò che di straordinario l’Italia rappresenta ancora oggi agli occhi del mondo? In realtà gli uomini che combatterono per l’unità d’Italia furono in larga parte coraggiosi e lungimiranti, ebbero fin da allora un’idea attualissima (seppure anche in quel caso non sempre omogenea) del nuovo Paese che stavano disegnando. Sacrificarono generosamente la loro esistenza, e in molti casi la loro vita, a un ideale di Stato democratico che nella sua compiuta realizzazione collocò centocinquant’anni fa l’Italia a pieno titolo nel novero delle moderne nazioni europee.

E la stessa casa Savoia non seppe forse rinunciare in qualche modo a se stessa in nome di un sogno che sembrava impossibile, e combattere insieme al popolo per la riunificazione di un’Italia che si voleva ridotta a pura espressione geografica? E non fu la Grande Guerra il banco di prova di una nazione ancora giovane che pure seppe combattere con coraggio e assurgere al ruolo di grande potenza? Così come il Paese seppe successivamente ritrovare e ricostruire se stesso dopo la catastrofe fascista e la seconda guerra mondiale per affrontare a testa alta le nuove prospettive che si aprivano a metà del secolo scorso.

Certo, non viene in soccorso della nostra autostima scoprire nel libro di Aldo Cazzullo che forse il nostro inno nazionale è frutto di un plagio, che la contessa di Castiglione non fu esattamente una Giovanna d’Arco, che non sempre gli uomini del Risorgimento seppero essere, in pubblico e in privato, all’altezza del loro ruolo. Ma veramente possiamo ricondurre la frastagliata e travagliata storia del nostro Risorgimento ai suoi aspetti meno nobili? O, peggio ancora, imputargli, come qualcuno tenta di fare, addirittura il «genocidio», culturale e non solo, delle popolazioni del Mezzogiorno? E la Resistenza va davvero riletta al contrario, confondendo ruoli e valori opposti, ricomponibili forse sul piano umano ma certamente non su quello del giudizio storico definitivo?

Ma nell’Italia di oggi, dove il tema stesso dell’unità del Paese è oggetto di discussione e una crisi profonda sembra attraversare tutte le istituzioni, forse dovremmo ricordarci che non è una buona idea quella di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Specchiarci in noi stessi e ripercorrere le tappe che ci hanno portato fin qui può essere a tratti difficile e non sempre gratificante; ma una lettura disincantata (e non necessariamente priva d’orgoglio) della nostra breve storia d’italiani dobbiamo permettercela. Forse non basta a risolvere i problemi che ci stanno davanti, ma serve.

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16 ottobre 2019

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