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Ma è vero che i gesuiti sono ipocriti?

· Una credenza molto radicata ·

Pubblichiamo uno stralcio del libro «Il pregiudizio universale. Un catalogo d’autore di pregiudizi e luoghi comuni» (Bari, Laterza, 2017, pagine 414, euro 18).

«Ti i propri `n gesuétta»... Sento risuonare questa battuta che mi ricorda l’ironia dei bolognesi. È vicino al giudizio che accomuna i gesuiti alla schiera degli ipocriti o di quelli che una ironica battuta sottolinea: «nemmeno il Padreterno sa cosa pensano i gesuiti!».

La missione gesuita:  «Un mondo non basta»

Perché è presente il giudizio che i gesuiti siano ipocriti? Ma forse è proprio un pregiudizio o ci sono seri motivi per affermarlo? Molte vicende e situazioni a cui si dà ragione storica hanno portato a considerare i gesuiti elementi intriganti, invadenti, espressione di poteri spesso occulti.

La questione è aperta ed attuale nel momento che, immersi in contesti di potere e di livello sociale elevato ancora oggi, i gesuiti smentirebbero con il loro operare quella che è l’iniziale ispirazione evangelica. Riescono oggi con il loro originario carisma a modificare le regole del gioco per fare giustizia ed esprimere una concreta misericordia oppure sono asserviti alle logiche del potere e quindi in situazione di falsità e ambiguità?

«Essere nel mondo ma non del mondo» fa parte della missione stessa della Compagnia di Gesù.

Sarà riuscita nella storia questa sfida molto chiara per Ignazio di Loyola e per i suoi primi compagni, riconosciuti da Paolo iii nel 1540 come ordine mendicante, nella Roma del pieno Rinascimento?

Erano tempi pieni di contrasti e contraddizioni. La Riforma di Lutero era ormai diffusa in tante regioni dell’Europa e la critica alla mondanità della Chiesa si concretizzava anche a partire da Roma con l’avvento di figure significative anche per un rinnovamento della vita spirituale oltre che per le opere di carità. Filippo Neri, Giuseppe Calasanzio, Camillo de Lellis, Giovanni della Croce, Teresa d’Avila... per citarne solo alcuni.

Quale fu l’azione dei gesuiti e prima ancora l’evoluzione del loro spirito in confronto con quanto si sviluppava nel clima del mondo rinascimentale, inizio della modernità?

Possiamo dire che il cammino spirituale di Ignazio, fatto proprio dai primi compagni e poi proposto a tutti quelli chiamati nella Compagnia al servizio della Croce, ha un carattere di umile servizio ma anche di modernità che ben corrisponde al movimento del pensiero cartesiano.

Che relazione può avere questa visione con il possibile difetto attribuito di ipocrisia e di doppiezza?

La coscienza del gesuita, nella sua formazione e nell’esercizio del suo impegno apostolico, si potrebbe dire che si esprime in una autonomia del pensiero che risponde proprio allo spirito di libertà nel cercare, nello sperimentare e nella realizzazione di una pienezza di umanità. Si ribalta una visione religiosa che vedeva la coscienza tutta dipendente dalla sola autorità divina, in una mortificazione che voleva spesso annullare le capacità della persona. L’ascetica tradizionale privilegiava una coscienza più orientata a sottomettersi nel «fare la volontà del dio nascosto» che a prendersi la responsabilità di scelte anche coraggiose.

Nella spiritualità sperimentata dal gesuita ci troviamo in una dimensione di umanesimo che corrisponde nel pensiero teologico alla visione di un Dio che si incarna, che sceglie l’umanità come espressione del suo stesso essere e del suo modo di procedere. In effetti è la migliore espressione di quanto può significare al meglio l’esperienza della libertà.

Cosa in definitiva caratterizza la cultura dei gesuiti e la loro azione pastorale?

Sono esperienze di un nuovo umanesimo che attinge ad una spiritualità che si fonda sul discernimento, sulla ricerca del valore del relativo che in ogni coscienza può rivelare il bello e il buono. Molto diverso dall’immagine di conservazione e di oscurantismo.

Potremmo accomunare i due termini «giudizio e pregiudizio» con le dovute ragioni, nell’antinomia fra conservazione e innovazione, fra legame all’istituzione e fedeltà all’ispirazione.

È sintomatico che nella stessa Compagnia convivano, non senza sofferenza le due anime. Le vittime della violenza in America latina, i martiri del Salvador, la illuminata visione del padre Arrupe durante e dopo il Concilio Vaticano ii trovano sintesi nel gesuita vescovo di Roma Francesco, esemplare spirito riformatore.

D’altra parte ancora sussistono esperienze che risentono di contaminazione e spesso di dipendenza dalle istituzioni e dalle condizioni imposte da chi ha potere finanziario, culturale e sociale, con la possibile caduta nel compromesso, meritevole a ragione del titolo di ipocrisia.

di Fabrizio Valletti

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21 maggio 2019

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