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Ma è solo una presa d'atto

Ci sono film che colpiscono pur lasciando interdetti. Da una parte intrigano, raccontando belle storie e toccando le corde giuste, dall'altra inducono qualche perplessità, perché sembrano interlocutori, in qualche modo imperfetti. È il caso di Hereafter , l'ultimo lavoro di Clint Eastwood. Probabilmente è per la delicatezza del tema, visto che il consumato regista vuole parlarci dell'aldilà. S'interroga su cosa c'è dopo la morte, spingendo gli spettatori a porsi la sua stessa domanda. E la risposta suggerita — in realtà non proprio convinta e definitiva — è che la morte non è la fine di tutto, ma che esiste un luogo, una dimensione in cui si trasmigra, con la quale peraltro qualcuno riesce a stabilire un contatto sia pure flebile e transitorio. Una tesi consolatoria per chi resta e di speranza per chi se ne va. Ma a Eastwood la fede sembra non interessare. Nel suo aldilà non appare nulla di religioso o di mistico. È un luogo asettico, indefinito e indefinibile, rappresentato così come viene descritto da quanti sostengono di aver vissuto esperienze di pre morte. Nulla di più?

Il film, dai forti e accattivanti richiami dickensiani, racconta in parallelo le storie di tre persone toccate in vario modo dalla morte e che attraversano un periodo di grande solitudine. Marie (Cécile de France) è una giornalista parigina all'apice del successo. Durante una vacanza in Thailandia viene travolta dal devastante tsunami del 2004 e vive un'esperienza tra la vita e la morte che sconvolge tutte le sue certezze: è convinta di essere andata nell'aldilà e di essere tornata in vita. Vuole raccontare questa esperienza, ma pochi sono disposti a crederle. George (Matt Damon) vive a San Francisco ed è un sensitivo con il «dono» di parlare con i defunti. Siccome «vivere a contatto con la morte non è vivere», non vuole sfruttare questa sua capacità — vissuta come una dolorosa condanna — neppure per far soldi, anzi, tenta di distaccarsene per poter avere una vita normale. Ma non sarà semplice. Marcus è un ragazzino di Londra con problemi familiari, che ha perso tragicamente il fratello gemello con il quale viveva in una sorta di simbiosi e dal cui ricordo non riesce a staccarsi, impedendosi di fatto di continuare a vivere la sua vita. Le storie di questi tre personaggi s'incroceranno alla fine del racconto, e questo incontro cambierà definitivamente le loro esistenze.

Il film punta sui sentimenti ed Eastwood è straordinario, come sempre, a rappresentarli senza eccessi. Commuove, se si è disposti a lasciarsi andare senza pregiudizi, soprattutto nella vicenda dei due gemelli. Ma le visioni dell'aldilà, il ricorso a un medium «accreditato» come tale a fronte di altri presentati come ciarlatani e il richiamo a spiriti che tentano di comunicare con chi è rimasto (in realtà è più vero il contrario), addirittura modificandone il corso della vita, sminuiscono la credibilità del racconto. Inoltre, si ha la sensazione che il consolatorio finale sia forzato. Le storie dei tre personaggi appassionano di più prese singolarmente che nel loro conclusivo intrecciarsi tanto poco realistico quanto atteso e fin troppo preparato, benché d'effetto.

Tuttavia in Hereafter si colgono la straordinaria sensibilità di Eastwood, la sua crescente passione nello scandagliare in profondità tra le pieghe più nascoste dell'animo umano e la delicatezza con cui affronta questioni difficili. Qui la riflessione si fa più intimista, perché tocca i temi del dolore, del distacco e del lutto, così come, sia pure incidentalmente, il peso del caso nel determinare i destini individuali.

Di fatto tutto sembra ruotare attorno all'idea che non costa nulla credere a qualcuno che afferma di aver intravisto l'aldilà. Ma non c'è spazio per speculazioni filosofiche o riflessioni spirituali in questo semplice ragionamento. È solo una presa d'atto. «Non sappiamo — ha infatti affermato il regista — cosa c'è dall'altra parte. Ognuno ha le proprie credenze su quello che c'è o non c'è, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi. Nessuno può saperlo fino a che non ci si arriva». Credere o meno a una vita oltre la morte è, dunque, questione privata. Come pure cercare di dare un senso all'esistenza a partire proprio dalla consapevolezza che prima o poi si dovrà morire.

Stroncato, forse troppo frettolosamente, in patria da una parte della critica che lo ha accolto con sostanziale freddezza, nonostante alcune debolezze Hereafter è comunque un film — forse non quel capolavoro visto da molti soprattutto in Italia — che merita attenzione non foss'altro perché Eastwood ha avuto il coraggio di affrontare in modo originale e diretto un tema tabù. E di averlo fatto lievemente e con sincerità, andando oltre gli stereotipi dei film di genere. Una pellicola vecchio stile, che richiama un modo di fare cinema — sempre meno frequentato — per il quale nulla è più importante della storia che si vuole raccontare. Anche a costo di qualche imperfezione.

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15 dicembre 2019

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