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Ma dov’era Santa Marta?

· Quella chiesa demolita in Vaticano ·

Nel 1930 la chiesa di Santa Marta fu coinvolta, come tutta la quinta edilizia retrostante la tribuna michelangiolesca, nella vasta opera di risistemazione promossa da Pio XI (1922-39), a seguito della fondazione dello Stato della Città del Vaticano (1929). Dai disegni dell’ingegnere Giuseppe Momo, progettista di diverse architetture e della ridefinizione urbanistica dell’area, conosciamo lo stato dell’edificio del Seminario e della chiesa di Santa Marta antecedente le demolizioni. Da queste fu risparmiata, oltre la chiesa di Santo Stefano degli Abissini, solo la fabbrica del Seminario, unita dalla fine dell’Ottocento all’ex convento di Santa Marta; incredibilmente invece non fu alla fine preservata, al contrario da quanto previsto in uno dei progetti di Momo, la pregevole chiesa cinquecentesca ad esso annessa, le cui opere d’arte superstiti furono traslate parte nella Pinacoteca Vaticana, parte nella cappella del nuovo palazzo del Governatorato, cui fu assegnata la medesima titolazione della chiesa scomparsa.

Il complesso di Santa Marta in un’incisione di Giuseppe Vasi (1759) Da sinistra si distinguono  il seminario vaticano, il convento e la chiesa

Gli edifici superstiti della basilica di Santo Stefano, restaurata da Gustavo Giovannoni (1931-33) e del Seminario Vaticano — da allora adibito a palazzo dei Tribunali e oggi anche sede della Gendarmeria Pontificia — ne risultarono del tutto decontestualizzati, in virtù dell’operazione di “isolamento” attuata. Dal confronto tra il progetto di Momo e l’edificio attuale, si evince come la fabbrica originariamente destinata ad ospedale della confraternita poi adibita a convento di Santa Marta, situata a sud del corpo scala in aggetto (poi trasformato in una sorta di torre merlata), permanga tuttora; essa infatti — benché ampliata sul retro — appare ancora oggi caratterizzata, come rappresentato nei disegni di Mascarino e nell’incisione di Vasi, da una triplice scansione di finestrati sul prospetto principale, accostata all’edificio del Seminario, cui fu funzionalmente unita dai restauri di Leone xiii.

Se la demolizione dell’adiacente complesso settecentesco di Santo Stefano dei Mori, di cui rimane oggi la sola basilica, costituì la perdita di un significativo brano di tessuto urbanistico settecentesco, frutto del progetto unitario dell’architetto Valeri durante il pontificato Albani (1703-18), l’abbattimento della chiesa di Santa Marta appare, se possibile, ancora più grave e sorprendente: non solo per la perdita di una testimonianza storico artistica di grande rilievo, ma anche per la valutazione della scelta effettuata, che ad oggi appare evitabile, essendo stata di fatto la fabbrica sacrificata ad esigenze di circolazione. Oggi infatti al suo posto si snoda una strada, posta tra le emergenze del palazzo dei Tribunali e della chiesa di Santo Stefano degli Abissini strada che, nel progetto di Momo, era invece previsto fiancheggiasse la chiesa cinquecentesca. Poiché in quest’ultimo la fabbrica di Santo Stefano appare ancora nella sua facies settecentesca, cioè ridotta dimensionalmente a una sola parte della navata centrale con esclusione del transetto, forse proprio la scelta di restituire all’edificio sacro le più ampie proporzioni della basilica altomedievale, con il ripristino dell’abside e del transetto (e di una porzione delle navate laterali), determinò la scelta di demolire la chiesa di Santa Marta per far luogo alla sede stradale.

Opera di uno dei principali architetti romani della fine del XVI secolo, Santa Marta costituiva dunque un esempio significativo non solo per la tipologia dell’edificio sacro, ma anche per le opere d’arte ivi contenute, elaborate dai maggiori artisti dell’epoca attivi presso la corte pontificia e, non ultimo, per la sua connessione con l’originaria struttura ospedaliera, da cui — come visto — è stata insensibilmente resecata, facendo perdere traccia di sé e del complesso in cui era inserita.

Il toponimo di Santa Marta, ancor oggi rimasto a indicare la medesima piazza e ripreso da Leone xiii per l’edificio del Pontificium Hospitium Sanctae Marthae (1891) che su di essa affaccia (nucleo dell’attuale Domus Sanctae Marthae, riedificata negli anni Novanta del Novecento da Giovanni Paolo II), affonda quindi le proprie radici nella storia secolare di una struttura assistenziale e di un pregevole episodio di architettura ormai perduto.

di Ilaria Delsere

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18 febbraio 2019

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