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Ma dove vai prete in bicicletta?

· Le due ruote, la società e la Chiesa ai tempi di Pio X ·

Dopo i primi tentativi rappresentati dal celerifero di Mède de Sivrac (1790) e dalla draisina (o “draisienne”) di Karl Drais von Sauerbronn (1817-1818), il successo della bicicletta fu assicurato da Pierre ed Ernest Michaux (padre e figlio) che nel 1861 misero a punto il velocipede, un veicolo con due ruote quasi uguali e pedali collegati all’asse della ruota anteriore, cui era così trasmesso il movimento. Poco dopo, nel 1874, l’inglese Harry John Lawson riuscì a trasferire, con l’adozione della catena, la spinta anche alla ruota posteriore. Lo strumento ormai era pronto per conquistare la società borghese, agevolando gli spostamenti individuali e l’epoca della rincorsa sempre più frenetica della velocità.

Anche la Chiesa, negli ultimi decenni dell’Ottocento e nei primi del Novecento, si domandò se consentire ai preti l’uso del nuovo mezzo o vietarlo. La riflessione e le prese di posizione allora espresse sono al centro di un volume nel quale s’intrecciano storia sociale e del costume, della tecnica e del trasporto, del clero e della pastorale, ma ove in filigrana si scorge il confronto, mai facile, della Chiesa con la modernità (Antonella Stelitano, Quirino Bortolato, Alejandro Mario Dieguez, Bicicletta, società e Chiesa ai tempi di Pio X , Treviso, Editrice San Liberale, 2013, pagine 176, euro 15).

I preti americani (fra i quali Ambrose Weber diviene una celebrità come Ohio’s bicycle priest ) e francesi (ben disposto si dichiara l’arcivescovo di Rennes, Guillaume Labouré, cardinale dal 1897) sono i primi paladini del nuovo mezzo. In Italia, mentre «La Civiltà Cattolica» fa trapelare qualche simpatia, «L’Osservatore Romano» nel 1894 accosta bicicletta e anarchia, quasi che velocità e movimento naturalmente si associno a insidie e pericoli (sono anni in cui molte teste coronate e autorità cadono vittime di attentati).

Sarà Milano, la diocesi della metropoli industriale, a costituire un epicentro del movimento per la bicicletta del clero. Alla fine di luglio 1894, due anonimi sacerdoti «velocipedisti» (forse Luigi Turconi, parroco di Vittuone, e il suo coadiutore Giovanni Baraté) pubblicano l’opuscolo I preti in bicicletta. Alla fine di agosto dello stesso anno il cardinale Giuseppe Sarto, ormai nominato patriarca di Venezia ma ancora amministratore apostolico di Mantova, vieta al clero mantovano l’uso della bicicletta; e poco dopo, in settembre, il quesito di un vescovo ungherese alla Congregazione dei Vescovi e Regolari provoca una risposta negativa che però viene diffusa prescindendo dalle circostanze particolari (pro distractione) che il presule aveva indicato formulando la domanda.

Così il patriarca di Venezia divenuto Papa mostrò una maggiore disponibilità al nuovo mezzo di trasporto per il clero. La diversità delle prospettive può indurre a modificare pensieri e atteggiamenti; e anche in questo caso Papa Sarto mostrò un’intelligente flessibilità. D’altra parte non era stato Pio X ad aprire i cortili del Vaticano a esibizioni ginniche, ammirando e benedicendo anche l’alpinismo, la nautica, il podismo? Sarà però sotto il pontificato di Benedetto XV che l’uso ecclesiastico della bicicletta verrà definitivamente “sdoganato”.

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08 dicembre 2019

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