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«Ma che stanno gridando?»

· Vent’anni fa la storica visita di Giovanni Paolo II ·

«Ma che cosa stanno gridando?». La messa celebrata da Giovanni Paolo II, domenica 9 maggio 1999, nel parco Podul Izvor a Bucarest, con sullo sfondo i grigi e immensi palazzi simboli del potere di Ceauşescu, era l’ultimo atto del viaggio apostolico in Romania, il primo di un Papa in un paese a maggioranza ortodossa. Ma ecco che improvvisamente, proprio sul finire della celebrazione, mentre si cominciano a fare i calcoli dei tempi per raggiungere l’aeroporto e far rientro in Vaticano, comincia a “girare” sulla grande piazza un grido ritmato. In tutta evidenza spontaneo. Niente di preparato. «Ma che cosa stanno gridando?».

L’abbraccio tra Giovanni Paolo II e il cardinale Todea: un’immagine simbolo del viaggio del 1999

Con lo sguardo il cronista cerca il giovane sacerdote e la ragazza, entrambi greco cattolici, che hanno fatto da assistenti e da interpreti nei tre giorni di viaggio. «Ma cosa stanno gridando?». I due non rispondono subito: sembrano loro per primi stupiti per quell’improvviso “coro”. Quasi volessero assaporarlo, accertandosi di non essere in un sogno. «Gridano Unitade! Unitade! perché hanno visto che il Papa ha chiamato accanto a sé il patriarca alla fine della messa» spiegano. Bisognava saperne di più: «E chi sono quelli che gridano? Cattolici latini? Greco ortodossi?». Risposta chiara: «Non solo cattolici, qui a messa oggi ci sono anche tantissimi ortodossi che hanno voluto vedere da vicino il Papa e partecipare alla celebrazione, spinti anche dalla presenza, accanto all’altare, del loro patriarca Teoctist» fanno presente i due accompagnatori.

Un “coro ecumenico” spontaneo, dunque. Un invito del popolo, veramente “dal basso”, a fare un passo deciso verso l’unità tra i cristiani. Un passo persino coraggioso. La presenza del Papa a Bucarest — e le sue parole fraterne: «Vengo per chinarmi davanti al Volto di Cristo scolpito in questa Chiesa, come pellegrino della carità» — aveva spazzato via, d’un colpo, gran parte di secoli di pregiudizi. Del resto, nei giorni precedenti l’arrivo di Giovanni Paolo IInon erano mancati commenti pesanti sulla stampa romena, affermazioni ostili e persino deliranti. Tanto che c’era il timore di contestazioni. E forse proprio a una contestazione è corso il pensiero, sentendo quel grido improvviso durante la messa. In realtà, per capirne fino in fondo la portata, quel grido andava ascoltato lì. Di più, andava ascoltato al momento in cui “è nato”, prima quasi sottovoce e poi inarrestabile tanto da attirare l’attenzione del Papa e di Teoctist. Era un popolo a gridare. Senza che nessuno lo avesse imposto o suggerito.

Sì, Unitade! Unitade! ha urlato la gente a Bucarest. E questo non si può dimenticare anche se poi, vent’anni dopo, quelle speranze non si sono realizzate. Ma quel grido davvero non si può dimenticare e soprattutto chi lo ha ascoltato non può fare a meno di ricordarlo. Lo stesso Giovanni Paolo II, del resto, volle riproporlo in un momento davvero storico: dopo aver aperto la porta santa “ecumenica” di San Paolo Il 18 marzo 2000 — spingendola avanti a sei mani con il patriarca di Costantinopoli e il primate anglicano — volle proprio rilanciare simbolicamente il grido della gente di Romania, parlando a braccio: «Unitade, Unitade, questo grido che ho sentito in Bucarest durante la mia visita, mi ritorna come una forte eco. Unitade, Unitade gridava il popolo raccolto durante la celebrazione eucaristica: tutti i cristiani — cattolici e ortodossi e protestanti evangelici — tutti gridavano insieme Unitade, Unitade. Grazie per questa voce, per questa voce di nuovo consolante dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Forse anche noi possiamo uscire da questa Basilica gridando come loro: “Unità, unità; Unité, Unity”».

Già, forse davvero tutti potremmo uscire gridando, o almeno testimoniando coi fatti, “unità”. Come i cristiani di Bucarest. Unità in tutti i campi. E forse in quella semplice parola — “unità” — gridata all’unisono da cattolici e ortodossi c’è la chiave di lettura più fedele del pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Romania. Con una constatazione: una tra le sorprese più belle di quel viaggio del maggio 1999 è stata proprio la straordinaria partecipazione popolare. Imprevista in un paese a maggioranza ortodossa e che aveva vissuto l’esperienza di un regime, crollato fragorosamente.

Pensando soprattutto a quale fosse la situazione politica fino a pochi anni prima, nel 1999 anche solo prevedere una visita del Papa in Romania era un’impresa impossibile. Con quel viaggio Papa Wojtyła volle, anzitutto, rendere omaggio al popolo romeno e alle sue radici cristiane che risalgono, secondo la tradizione, alla predicazione dell'apostolo Andrea, fratello di Pietro. E gli abbracci tra Giovanni Paolo II e il patriarca ortodosso Teoctist richiamarono esplicitamente proprio l’abbraccio tra i due fratelli apostoli. Abbracci davanti a un popolo che ne comprese il valore e le prospettive. Rimaste, però, non applicate.

Il Papa ebbe a presiedere l’Eucaristia secondo il rito greco cattolico; assistette alla divina liturgia presieduta dal patriarca in rito bizantino romeno; celebrò la messa nel rito romano. A Bucarest davvero si vissero tre giornate di intensa preghiera, sempre sotto gli occhi di tutto il Paese. E si fece memoria dei tantissimi martiri contemporanei. L’esperienza del martirio, soprattutto negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, accomunò i cristiani di differenti confessioni. Ed è dall’eroismo dei martiri che, anche oggi, la Romania potrà trarre la forza e il coraggio per affrontare sfide complesse senza perdere la propria identità. Non c’è futuro senza memoria.

Proprio nella memoria del martirio, resta incancellabile la visita di preghiera di Giovanni Paolo II al cimitero cattolico di Belu: lì sono sepolti alcuni vescovi greco cattolici duramente perseguitati dal regime comunista.

E resta quasi un’immagine simbolo del viaggio anche l’abbraccio con l’eroico cardinale Alexandru Todea, l’unico sopravvissuto dei dodici vescovi. Un incontro straordinario: sulla sedia a rotelle il cardinale accolse il Papa nella cattedrale di San Giuseppe, esattamente dove nel 1950 aveva ricevuto clandestinamente l’ordinazione episcopale, per poi dare del «tu» a carcere e violenze.

Abbracciandolo, Giovanni Paolo II iniziò a recitare il Padre Nostro e il cardinale, a cui una grave malattia impediva da tempo di parlare, fece uno sforzo enorme per poter almeno sussurrare le parole della preghiera insieme con il successore di Pietro. Come segno di fedeltà a Cristo e alla Chiesa. Sì, un’immagine simbolo che il popolo di Romania, senza distinzioni, non dimentica. Un commentatore romeno disse che con le sue lacrime il cardinale Todea aveva come purificato la storia stessa del popolo. Perché, nonostante le gravi ingiustizie sopportate, non aveva avuto parole di vendetta o rivalsa verso i persecutori. E neppure per coloro che, sotto il regime, erano stati tiepidi. Todea aveva sempre guardato al futuro, in cella e anche nella ritrovata libertà da gestire bene anche con i fratelli ortodossi perché, ripeteva, «dobbiamo imparare insieme a essere uomini liberi».

di Giampaolo Mattei

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17 settembre 2019

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