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Lutero e la sua riforma liturgica

· In un libro di Michele Cassese ·

Già professore di storia moderna all’università di Trieste, Michele Cassese insegna ora storia del protestantesimo all’Istituto di studi ecumenici san Bernardino di Venezia ed è uno dei migliori conoscitori italiani della Riforma, grazie anche a frequenti e prolungati soggiorni in Germania, a Marburg. Il libro che licenzia ora Martin Lutero e la sua riforma liturgica. Il percorso storico-teologico di un culto rinnovato, (Venezia, Istituto san Bernardino, 2017, pagine 180), si inserisce autorevolmente nella vasta bibliografia uscita in occasione del cinquecentenario dell’avvio del movimento luterano perché affronta un tema centrale nel pensiero del riformatore sassone — la liturgia — ma molto marginale nella pubblicistica italiana. E lo affronta, altro merito, in un testo di “ragionevole” lunghezza, che si fa leggere senza fatica, pur facendo riferimento ad un’impeccabile apparato critico, prevalentemente in lingua tedesca. 

Hugo Vogel, «Martin Lutero predica  nel castello di Wartburg» (XIX secolo)

La liturgia è centrale nel pensiero luterano perché è l’espressione della lex orandi, che a sua volta traduce la lex credendi. Si prega perché si crede e il modo di pregare riflette il modo di credere. Di qui i radicali cambiamenti che il monaco sassone impose alle forme liturgiche della Chiesa del tempo, sfilacciata e corrotta da troppi interessi venali, come denunciavano da tempo voci insospettabili sia al centro che in periferia. Cassese descrive passo dopo passo questi mutamenti, mostrando come la rivoluzione protestante sia stata molto più cauta e graduale di quanto si crede. Fu Lutero stesso a spiegare perché procedeva lento: «Ci sono alcuni che sanno correre veloci, altri che vanno di buon passo, altri ancora che non sanno nemmeno camminare carponi. Per questo dobbiamo tener conto non delle nostre capacità, ma di quelle del nostro fratello, affinché il debole di fede, che voglia seguire il forte, non se lo porti via il diavolo».
Al centro della riforma del monaco agostiniano, che parte da una regione tedesca specifica e determinata, la Sassonia, ben protetto dai poteri politici locali, non ci sono le devozioni (i santi, le pratiche pie, il timore del purgatorio), c’è solo la Parola, cioè Dio. Parola annunciata e ascoltata, che deve rinnovare gli animi prima che le istituzioni o le forme. E la Parola significa Scrittura, Bibbia. Bibbia da leggere, da meditare, da comprendere. Ecco perciò la traduzione in volgare, in una lingua in parte creata dallo stesso Lutero, fondendo dialetti e parlata aulica sassone, che diverrà il fondamento del tedesco moderno. Per dare poi sostanza didattica e didascalica alla sua opera redasse due catechismi e una raccolta di inni ricavati dai salmi. La creatività che stimolò in questo modo nei fedeli produsse un’alfabetizzazione popolare elevatissima, rimasta caratteristica dei paesi germanici e ragione di forza in Europa.
E siccome la Parola è rivolta al pubblico e non ai singoli, diventa costitutiva della comunità. La dimensione religiosa comunitaria si è trasformata in fattore identitario di tutto un popolo, con riflessi che vanno ben al di là del mero ambito ecclesiale e travalicano largamente i tempi di Lutero. La comunità infatti è responsabile della scelta delle autorità che devono guidarla, i parroci e i vescovi, ed è la destinataria della predica, centrale nel culto luterano perché manifesta in forme visibili la centralità di Cristo. Centralità che, a sua volta, si riflette nella messa, ovvero nella Santa Cena — l’evento fondante della lex orandi, in cui Cristo, che è il vero celebrante, si offre realmente ai cristiani — e nei sacramenti. Il cattolicesimo, dopo una disputa secolare, ne riconosceva sette, mentre Lutero ne ammise tre, battesimo, eucarestia (secondo le due specie) e confessione. Tre soli perché solo queste sono le forme del perdono di Dio, della sua accoglienza dei fedeli riconciliati e salvati.

Si potrebbero cogliere molti altri spunti da questo studio di Cassese, ma ne basterà uno. Prima e contemporaneamente a Lutero molte altre voci, più autorevoli della sua, invocarono la riforma della Chiesa. Perché allora il suo successo? Certamente perché poté godere di potenti coperture politiche che amplificarono la sua risonanza. Ma anche perché egli non si limitò a deprecare i costumi decaduti e a invocare più moralità. Toccò il centro teologico di ciò che era in discussione e ne modificò il nucleo fondante, la lex credendi. Vinse perché osò di più, e la sua affermazione costrinse la Chiesa romana a una autoriforma non meno estesa.

di Gianpaolo Romanato

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17 settembre 2019

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